mercredi 9 décembre 2015

Zooschool, la (vera) scuola degli orrori


zoo school
Il primo lungometraggio del regista indipendente Andrea Tomaselli, Zoo School, passa attraverso il genere per parlarci di problemi reali.
di Massimo Arciresi

Il grande schermo rimane il miglior modo per fruire di un film, e su questo non si discute. Tuttavia oggi esistono canali alternativi progressivamente più numerosi, dalla televisione ai dvd, dalla pay per view allo streaming (legale, non c’è bisogno di specificarlo). In un momento in cui l’industria cinematografica è costretta ad adattarsi alle moderne tecnologie e in una fase nella quale i nuovi cineasti desiderano diffondere i loro lavori senza dover supplicare produttori e/o distributori sempre meno disposti a investire e – di fatto – a rischiare, non è detto che sia un male. Anzi, è una maniera per farsi conoscere rapidamente, soprattutto se si propone un risultato di qualità.
Per esempio, è una meritevole opportunità (che non esclude naturalmente auspicabili future programmazioni in sala) per il quarantaduenne catanese Andrea Tomaselli, insegnante di Italiano e Storia a Settimo Torinese e di Sceneggiatura e Regia presso la Scuola Holden di Torino, debuttante nel lungometraggio di finzione – dopo una fitta esperienza fra racconti, copioni e corti – con Zoo School, girato nel 2013 e dal giugno 2015 reperibile, a costi irrisori di noleggio e vendita, su Vimeo (www.zooschoolthemovie.com), opera che proprio nella scrittura tematica e nell’attenta direzione degli attori ha i suoi pregi maggiori.

Ambientata sapientemente all’interno dell’istituto professionale dove Tomaselli è in organico, la trama è incentrata su varie vicende paradigmatiche dello stato attuale della scuola italiana, con un professore di sostegno che si sbraccia ai consigli di classe perché non ci siano disparità di diritti fra gli allievi, due studenti (con simbolico cane al seguito) presi di mira, una preside dispotica, una vicepreside cinica, docenti esauriti, sottomessi, profittatori, un alunno fragile, un altro irrequieto, una bidella insospettabilmente sadica, una psicologa volenterosa. Ognuno di loro ha qualcosa da nascondere o da rimproverarsi, da subito o nel corso della narrazione. Che, bisogna sottolineare, attinge senza strafare da degradi – umani e legislativi – veri o verosimili (peraltro inerenti a temi scottanti come l’immigrazione, l’emarginazione, la tossicodipendenza, la pedofilia), per poi deflagrare in un finale tanto cruento quanto calibratamente allegorico, annunciato in sordina dal prologo e coerentemente privo di speranze. Se alla bravura di regista e interpreti (fra loro il più noto è Natalino Balasso, ben distante dal suo cabaret) aggiungiamo la notevole perizia del montaggio – per una durata complessiva adeguatamente “secca” di appena 78 minuti, compresi i dettagliati titoli di coda (la capacità di concisione spesso manca agli esordienti) – e l’accuratezza della fotografia, l’efficacia delle musiche, la credibilità di dialoghi non artefatti, possiamo tranquillamente asserire di essere di fronte a un prodotto di alto livello, rifinito nei particolari (persino le immancabili citazioni di classici restano educatamente sommesse): davvero pochissime le imperfezioni, anche in considerazione delle limitate risorse a disposizione. Fra i finanziatori collabora Michele Fornasero, che di recente ha firmato il bel documentario SmoKings; un’attenzione, la sua, che conferma ulteriormente la nascita di un autore da seguire. Dategli più mezzi (privi di steccati) e ci stupirà!

http://www.inchiestasicilia.com/2015/11/27/zoo-school/

ZOOSCHOOL is back !

Il manifesto - Maria Grosso


Psicopatologia da una scuola quotidiana. Istituto superiore professionale. Visioni che si infrangono su sbarre e muri; corridoi come passaggi minati, traiettorie caotiche di esseri apparentemente umani (ancora per quanto?): studenti, personale Ata, personale docente – nella versione di ruolo, o in quella fantasmatica prodotta dalla precarietà migrante – “personale telefonico-portatile”, dirigente, collaboratrice della dirigente, eventualmente un dobermann nella telecamera a circuito chiuso, una sola psicologa (!), e aria gelida sbattuta in faccia da un inverno del nord Italia. Manco a dirlo, piove. A ogni goccia di frustrazione iniettata in vena di uno dei protagonisti può corrispondere il veleno di una sopraffazione uguale e contraria. Anzi no, peggiore. “I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni” (ci inchioda Szymborska). Sebbene non ricorrano a psicofarmaci e cocaina. Che sia da parte di una docente dare a due ragazzi dei “minorati mentali” per poi farli condannare alla bocciatura se reagiscono, o ancora umiliare il collega del sostegno, imponendogli, ottuse schede valutative, o ancora di un altro professore, ricattare sessualmente uno studente con il cellulare che gli ha appena sequestrato … fino a quando questo sostrato debordante di misfatti si tratterrà dall’esondare in tutta la sua virulenza di crimini non più nascondibili? (E cosa proveremo noi allora, innanzi a questo labirinto di sistema che crolla – fino all’ultima autoassolutoria etichetta della “buona scuola” — dove ci rifletteremo in questo puzzle di specchi vittima-carnefice, dove posizioneremo i confini tra sacrosanta reattività e distruttiva cancellazione dell’altro?). E poi. Fino a quando ci sarà qualcuno a resistere a tutto questo, ad agire correttamente la propria professionalità nei confronti del ragazzo disabile – quello del sostegno uno degli snodi più delicati e cruciali — a opporsi ai deviati usi del potere del collegio docenti, a difendere i ragazzi dalla loro stessa inconsapevolezza (che vuoi che sia ripetere un anno, prof?), dal loro filtrare anche la morte violenta dallo scafandro del telefonino, senza sentire nulla col corpo e con gli occhi?

Sono stranianti suggestioni da Zooschool, primo magmatico coraggioso lungometraggio di Andrea Tomaselli, una visionarietà che coinvolge innanzitutto per il suo scaturire da una esperienza diretta di docenza (il set, lo stesso istituto di Settimo Torinese dove il regista insegna), l’esito di 6 anni di ricerca sbattimento gioie tra i meandri sanamente imperfetti del cinema a bassissimo budget.
“La scuola caro, è indispensabile. Senza di essa l’uomo crescerebbe in preda agli istinti, che sono cattivi, e soprattutto al più terribile di essi che è l’istinto della libertà. Tu vuoi essere libero?”. Si legge in un dialogo censurato di Sandro Bajini, datato 1961…

Interrogandoci su cinema scuola e libertà, abbiamo invitato Andrea Tomaselli a conversare.
In che modo il tuo luogo di lavoro come insegnante è diventato anche quello come regista.
Decisivo è stato un romanzo, Control, che ho ultimato nel 2009. Volevo fare il punto sui miei primi anni di esperienza come docente. Ci tengo ad adoperare questa parola, perché Danilo Dolci che considero il mio maestro, ci faceva riflettere su come il sostantivo “insegnante”, che più spesso usiamo, significhi fare un segno sull’alunno, sempre lo stesso su ognunoa, dunque producendo passività e omologazione. Invece “docente” è chi è capace di tirare fuori maieuticamente le nostre risorse individuali, uniche. Control lo hanno letto diverse persone e lo hanno subito percepito come un film …


Zooschool mi ha toccato per la sua ruvidezza ben poco consolatoria. Come hai lavorato sul filo di queste psicopatologie pronte a debordare?
Amo frequentare i territori al confine tra “normalità” e “follia”. Di recente, sulla piattaforma Feltrinelli ho pubblicato un racconto su un padre che ha cresciuto figlio e figlia nella convinzione che fuori imperi la peste, motivo per cui tiene entrambi sequestrati in una casa di campagna… Ecco, in questo caso ho indagato le paure genitoriali, ma più in generale credo che la nostra società apparentemente civile ed evoluta si fondi su presupposti vicinissimi alla follia. Anni fa, tra quei volumetti a mille lire, uscì il libercolo di Papalagi, un samoano in viaggio per l’Europa ai primi del ‘900. Le nostre città gli apparivano come un enorme manicomio …


E la scuola?
È l’ambiente in cui lavoro, che amo, però sono conscio di quanto in realtà sia l’istituzione della follia dentro la follia. Partiamo dal presupposto che è un luogo dove i ragazzi sono costretti a fare qualcosa che non vogliono. Quando la scuola è nata nel Medioevo, la gente voleva fortemente imparare (dal latino “studēre”, desiderare). All’origine c’era un desiderio immane di conoscere, che siamo riusciti a trasformare nell’esatto opposto. Abbiamo una scuola vecchissima. Ma la cosa più grave è che nei libri dei pedagogisti ci sono già da tempo tutte le risposte. Come se i medici avessero pubblicato come si fa la colonscopia o l’ecodoppler e nessuno li usasse.


E le storie che racconti in Zooschool in particolare da dove muovono?
Le reazioni estreme di uno dei personaggi si rifanno a fatti accaduti in una scuola tedesca. Ma anche gli altri rami che compongono il film sono ispirati da vicende che ho conosciuto direttamente o che mi hanno raccontato dei colleghi. L’episodio dei ragazzi bocciati perché si erano permessi di dire a un docente che non sapeva insegnare è qualcosa cui ho assistito e su cui ho masticato amaro per anni.


Dal film arriva forte il sadismo che impregna i rapporti tra studenti e professori e tra i docenti (citi il buddismo di Nichiren Daishonin). Quanto questa rete distorta si fonda sull’indifferenza/ connivenza di larga parte della società?
Se si continua a essere compressi in quella che è spacciata come normalità, la violenza è sempre pronta a deflagrare: non solo quella fisica, la più eclatante, ma quella psicologica e verbale, che è causa di mutilazioni psichiche e automutilazioni e che non viene mai denunciata perché è parte integrante della nostra società. La trovi negli ambienti di lavoro, nelle famiglie, e la trovi dentro la scuola, cosa assolutamente normale. Tutte le persone cui facevo leggere la sceneggiatura, tutte, mi dicevano, mi ha ricordato quel professore che ha eroso anni della mia vita. Ecco, dobbiamo operare prima che si inneschi tutto questo.


Che cosa significa cinema horror per te, e come lo hai interpretato in Zooschool.
Una delle scommesse è stata quella di mettere accanto due orrori, quello visivo del corpo insanguinato e quello psico-sociale più strisciante. Volevamo far rabbrividire lo spettatore più di quanto non gli capiti con un certo horror che in realtà lo anestetizza. Per me “horror” è Rosemary’s Baby di Polanski, non tanto cinema dagli anni ’80 in poi. Una montatrice inglese ha parlato di Zooschool come di un “social horror”, visione cui mi sento vicino.


Quali riferimenti nel mare della “cinematografia-Zero in condotta” hai avuto in testa.
Mi sembrava mancasse un certo sguardo. Certo, c’era Elephant di Gus Van Sant, ma era un film troppo importante e lo abbiamo rivisto solo per evitare la tentazione di “rifarlo”. In seguito, ho scoperto Afterschool, che mi ha attratto. Mi ha ispirato anche l’atmosfera di Quel pomeriggio di un giorno da cani di Pollack, che comincia come un film d’azione e poi si apre a una denuncia sulla società americana, a un clima esasperato, al confine tra grottesco e verosimile. Qualcosa su cui abbiamo lavorato con gli attori, ricercando una misura tra realismo e finzione abbastanza dichiarata.


A cosa pensi se ti dico ‘blu’.
È il colore dominante del finale, della violenza ultima. Con questi toni freddi volevamo rendere il cadaverico e il metallico, l’essere fuori dalla vita senza più possibilità di schiarite. Tutto il resto sono colori caldi, a produrre una sorta di struggimento verso quello che nel cinema si chiama “stato di grazia apparente”, un tempo in cui ci si poteva ancora salvare.
Il corpo è uno dei luoghi in rovina del film.
Sento fortemente il dualismo cristiano di cui è impregnata la nostra cultura e avverto una pulsione a recuperare l’unione di carne e idea. Il mio è uno sguardo di pietà verso quel corpo che è continuamente svilito violato negato costretto al dimagrimento, ma anche un rammarico nei confronti di me stesso, di una parte della mia vita, una ferita che inevitabilmente viene fuori.

Maria Grosso
http://ilmanifesto.info/zooschool-un-horror-sociale/

vendredi 4 décembre 2015

Conférence-performance Clown-Philosophie à la Maison Pop de Montreuil


Clown et Philosophie

Vendredi 6 novembre 2015 à 20 h 30
Conférence-performance
Présenté par Violaine Chavanne, professeur de philosophie, comédienne, metteur en scène et chercheuse au LAPS (Laboratoire des Arts et Philosophies de la scène), où elle mène un atelier pratique de recherche explorant les affinités entre le clown et la philosophie.
Accueillie en résidence à la Maison Populaire et accompagnée par Raffaella Gardon, comédienne, metteur en scène, artiste associée du LAPS,  elle a approfondi ce travail avec une dizaine de clowns et exploré en quoi le clown est en lui même une machine philosophique : machine dont le moteur premier, comme pour le philosophe, est l’étonnement ; dont la puissance est métaphysique, puisqu’il transforme l’insignifiant en quelque chose de résolument existentiel ; mais aussi machine politique, arme subversive, puisque le clown convertit ses échecs en situation comique, ses faiblesses en force.

En partenariat avec la compagnie Tant pis pour la Glycine.

vendredi 11 septembre 2015

ASSENZA - Euridice e Orfeo - Valeria Parrella, Davide Iodice - Teatro Bellini - Foto

Raffaella Gardon, Federica Fracassi, Davide Compagnone - foto: Salvatore Pastore




Davide Compagnone, Michele Riondino - foto: Salvatore Pastore
Raffaella Gardon, Federica Fracassi, Davide Compagnone, Michele Riondino, Guido Sodo - foto: Salvatore Pastore


Raffaella Gardon, Federica Fracassi - foto: Salvatore Pastore


Federica Fracassi, Michele Riondino - foto: Salvatore Pastore


Federica Fracassi, Michele Riondino, Raffaella Gardon - foto: Salvatore Pastore

Raffaella Gardon, Michele Riondino, Guido Sodo - foto: Salvatore Pastore
Raffaella Gardon, Michele Riondino - foto: Salvatore Pastore


Davide Iodice, Davide Compagnone, Tiziano Fario, Valeria Parrella, Federica Fracassi, Raffaella Gardon, Michele Riondino, Guido Sodo - foto: Salvatore Pastore

lundi 10 août 2015

PROGRESSION c'est ce samedi !

© mathieu merlet-briand, 2015     

Et n'oubliez pas que vous pouvez nous soutenir en allant ici :
http://fr.ulule.com/progression/

Merci !

vendredi 24 juillet 2015

PROGRESSION - work in progress


Progression


Collaboration artistique de Gaëtan Brun-Picard et Mathieu Merlet-Briand / création in-situ pour « la ferme du Bonheur »
La marche, acte de pénétration au monde, premier déplacement, première danse.
La marche, mouvement initiateur, début du progrès.

La marche, succession de déséquilibres d’un corps cherchant à rattraper sa chute.
Dans une réalité confuse par son environnement numérique.
L’homme décidé avance, accélère, prend le rythme.
Au croisement des contraires, un processus est en cours.
Une nouvelle réalité est en marche, une matérialité numérique. 

Mathieu Merlet-Briand


© mathieu merlet-briand, 2015



Le 15 août à 21h à la Ferme du Bonheur - Nanterre


PROGRESSION est issu d’une réflexion sur la perception de notre environnement numérique. Au travers d'une étude autour de la marche pensée comme premier acte et premier mouvement, un paysage en interférence entre réel et virtuel se compose. Dans ce milieu, l’homme marche, avance en prise avec les perspectives d’un progrès en constante expansion. À la croisée de deux espaces, entre naturel et digital, une autre réalité se compose, ambivalente, une matérialité numérique.

Nous serions ravis de vous accueillir lors de cet évènement :)

 

© mathieu merlet-briand, 2015 
Équipe PROGRESSION

Mathieu Merlet-Briand
numericaltexture.tumblr.com

Gaëtan Brun-Picard
collectifwork.com

Danseurs
Inés Hernández
Raffaella Gardon
Tatanka Gombaud
Mai Ishiwata

Design Sonore
Yes Soeur

Scénographie
Lucie Calise

Assistant photo et video
Kiana Hubert Low
Thomas Vauthier

Assistant communication
Pauline Cormault
Juliette Ouvry
Charlotte Heninger

Ingénieur
Thierry Briand

Projet conçu et développé au sein d’EnsadLab

Projet soutenu par :
La Ferme du Bonheur

En accueil studio au Point FMR

lundi 22 juin 2015

Euridice e Orfeo di Valeria Parrella, regia Davide Iodice su Memo Teatro L'agenda Culturale - replay del giovedi 18 giugno

Memo Teatro L'agenda Culturale ancora disponibile per qualche giorno per chi vuole avere un'idea dello spettacolo prima di venirci avederci in scena il
martedi 23 e mercoledi 24 giugno, ore 21.30 al Teatro Bellini



mercredi 17 juin 2015

Last week before the opening !

Lost between strings and trees...

photo : Raffaella Gardon

EURIDICE E ORFEO
 
BY VALERIA PARRELLA

WITH MICHELE RIONDINO, FEDERICA FRACASSI, DAVIDE COMPAGNONE, RAFFAELLA GARDON  
LIVE MUSIC GUIDO SODO, RAFFAELLA GARDON  
SET AND COSTUME DESIGN TIZIANO FARIO  
ORIGINAL MUSIC GUIDO SODO  
DIRECTED BY DAVIDE IODICE  
PRODUCTION FONDAZIONE TEATRO DI NAPOLI

DATES 23, 24 JUNE (H. 21.30)  
VENUE TEATRO BELLINI  
RUNNING TIME 1H 30MIN  
LANGUAGE ITALIAN

Valeria Parrella has elaborated the myth of Orpheus and Eurydice with a contemporary key; a new production to be directed by Davide Iodice. In her notes, the author writes: «Gluck, Anouilh, Cocteau, but also Bufalino, and Pavese: each of these authors has given a different explanation why Orpheus turned to look at Eurydice when leaving the underworld. Rilke’s words on this theme, perhaps inspired by a bas-relief here in Naples in the archaeological Museum, are also moving. Respexit is the verb traditionally used (by Virgil in Eclogues and Ovid in The Metamorphoses), a verb that has no equivalent in Italian as it means “to turn around”, but also embodies the root “respectum”, pertaining to respect. Thus, I also give my respect to this gesture, just like that bas-relief in which Hermes appears together with Eurydice and Orpheus. I wrote a novel which then became theatrical text. A story which is not real, but more oriented towards the philosophy and psychology of loss, and coming to terms with death. This text has three voices, but many other view-points».


http://www.napoliteatrofestival.it/2015-edition/euridice-e-orfeo-en/

mercredi 3 juin 2015

Euridice e Orfeo - Valeria Parrella /Davide Iodice - week 5



 "...è l'insidia tra parvenza e realtà..."
   
   photos : Raffaella Gardon
Federica Fracassi

Michele Riondino           







mardi 5 mai 2015

'ASSENZA - Euridice e Orfeo' di Valeria Parrella






































Ieri al Teatro Bellini di Napoli, abbiamo cominciato le prove del nuovo progetto di Davide Iodice con il testo di Valeria Parrella 'ASSENZA - Euridice e Orfeo'

vendredi 24 avril 2015

25, 26 avril : 1ère résidence de "la jeune fille aux mains coupées ou je me recompose (différemment)" -

Première résidence en vue pour La Jeune Fille aux mains coupées, projet de marionnette et danse, partenaire du Labo LAPS.
Les samedi 25 et dimanche 26 avril prochains, l’équipe du Labo LAPS ((Flore Garcin-Marrou, Anaëlle Impe, Noémie Lorentz, Arnaud Carbonnier) se retrouvera autour de Raffaella Gardon (porteuse du projet et metteure en scène), Shirley Niclais (dramaturge), Nicolas Rollet (auteur du texte) et Nora Lesne (factrice de la marionnette et scénographe) à la Nef - Manufacture d'Utopie.

Ce sera l’occasion de revenir sur les questions soulevées lors de nos précédentes rencontres de recherche-création « Penser la marionnette » à l’Institut International de la Marionnette de Charleville-Mézières (IIM) et de travailler concrètement sur le plateau autour des premiers axes du projet : interaction entre le corps et l’objet, travaux de manipulation, travail de la voix off associée à une réflexion sur la nécessité de l’oralité dans l’adaptation contemporaine du conte, et parti-pris dramaturgique de l’usage de la vidéo.

Programme  :

samedi 25 avril de 15h à 18h

INTRODUCTION
Présentation des travaux du LAPS autour de la marionnette
Retours sur les résidences de recherche-création de janvier 2014 et février 2015 à l’IIM et bilan du colloque, « La Scène philosophique du théâtre de marionnettes », Université de Toulouse Jean-Jaurès, mars 2015

CONTE ET IDENTITÉ
Narration et Oralité
Présentation de la marionnette
Discussion

dimanche 26 avril 11h-18h

RENCONTRE ACTEUR DE CHAIR/MARIONNETTE
Articulation - Improvisation - Voix sur une séquence spécifique
Discussion

CORPS - VIDÉO
Morcellement, Interaction corps-vidéo, articulation scéno-vidéo
Occupation de l'espace corps-vidéo
Discussion

BILAN DES 2 JOURS

BIBLIOGRAPHIE :

- Bricout, Bernadette, La clé des contes
- Anzieu, Didier, Le Moi-peau
- Bettelheim, Bruno, La psychanalyse des contes de fées
- Kleist, Heinrich (von), Sur le théâtre de marionnettes
- Estés, Clarissa Pinkola, Femmes qui courent avec les loups  


http://labo-laps.com/residence-a-la-nef-manufacture-dutopies/

lundi 20 avril 2015

Newport Beach Festival - My movie like kiss

Mon baiser de cinéma (my movie like kiss), sera projeté samedi 25 avril à 3.30pm dans le cadre du  Newport Beach festival

photo : Olivier Bénier
                                                                                                                                    

jeudi 19 mars 2015

projet photographique avec David Milh


photo : David Milh

Compte-rendu de la résidence marionnette-philo du Labo Laps à l'Institut International de la Marionnette de Charleville-Mézières



Le dernier jour de la résidence a ouvert la voie aux premières expérimentations pratiques du projet porté par Raffaella Gardon "La jeune fille aux mains coupées ou je me recompose (différemment)". Dans les locaux de l’ESNAM, nous avons pu profiter d’une vaste salle de répétition pour initier les premiers essais de manipulation de Chrysocolle, la marionnette fraichement conçue qui sera mise en jeu.
Shirley Niclais, dramaturge du projet et marionnettiste, se prête à la manipulation, bientôt rejointe par Shérazade Ferraj, élève de la nouvelle promotion de l’école qui s’essaie à son tour au jeu de cette marionnnette 'portée-habillée' que nous avons imaginée. Il s’agit d’une sorte d'armure ou de coquille. La manipulatrice est complètement liée à la marionnette qui est attachée à sa robe, les pieds scratchés sur ses chaussons, la tête reliée par des fils à sa  propre tête.
Première étape : découverte du fonctionnement tête manipulatrice-tête marionnette. Les mouvements de la tête doivent être très délicats pour insuffler le mouvement à celle de Chrysocolle. Si le mouvement part de la tête, il doit être suivi et soutenu par le torse de la manipulatrice pour un mouvement clair scéniquement. Les mouvements aériens du corps fonctionnent très bien. La danse, par exemple, est une action à développer car elle est très efficace avec ce corps dégingandé et fait le lien avec toute la partie dansée de la jeune femme, une fois la mue effectuée. Pendant ces tentatives, l'arrivée du soleil par le velux du grenier, illuminant le visage de Chrysocolle par derrière, nous plaît beaucoup. Nous le notons pour la création lumière. Nous notons également quelques modifications techniques à apporter à la marionnette encore difficile à manier: - la jambe droite fonctionne mieux car elle est plus longue, il faudra donc rallonger la gauche - ouvrir la robe dans le dos jusqu'en bas - ajouter des rotules pour éviter que les jambes ne se plient à l'envers, lorsque Chrysocolle est en mouvement (marcher, s'asseoir etc...). Cet atelier est à titre salvateur !
De toute cette semaine, nous retenons plusieurs apports importants nourris par les discussions passionnantes avec les autres participantes. Raphaèle Fleury nous a fait découvrir les Otomé bunraku japonaises que notre dispositif de manipulation lui rappelle. Cette version féminine du bunraku dont l’unique manipulatrice dirige en partie son pantin à l’aide de fils qui relie leurs deux têtes nous était tout à fait inconnue. Nous sommes très excitées par cette découverte. Des recherches sont en cours pour en savoir plus et pouvoir assister à des spectacles. Merci Raphaèle !

A la fin de l’atelier, nous avons évoqué l’esthétique singulière de notre poupée de tissu dont les coutures sont apparentes. Cela rappelle le squelette, les côtes, et la vulnérabilité de ce personnage en cours de construction. Nous voulions aller sous la douceur apparente que dégage de prime abord cette petite fille 'parfaite', faire entrevoir une possible blessure et sentir qu’une étape est à dépasser. Anaëlle Impe a alors évoqué alors le 'Moi-peau' de Didier Anzieu : lecture en cours ! Les premiers jalons de la prochaine résidence du LAPS autour du projet et de la question de l’identité et sont donc posés. Rendez-vous à la Nef de Pantin fin avril !


http://labo-laps.com/compte-rendu-de-la-residence-philosophie-et-marionnettes/

samedi 7 février 2015

Nouvelle résidence de recherche à l'Institut International de la Marionnette de Charleville Mézières

Résidence marionnette et philosophie : note d’intention

La prochaine résidence du LAPS aura lieu à l’Institut International de la marionnette de Charleville-Mézières à partir du 9 février 2015. Nous remercions chaleureusement Raphaèle Fleury et Eloi Recoing de nous y accueillir.
Lors de notre première résidence, nous avons questionné la place de la marionnette en philosophie. Nous avons constaté que la marionnette est traditionnellement sollicitée dans un usage métaphorique, comme figure d’un rapport de pouvoir vertical et transcendant, de manipulateur (tout puissant) à manipulé. Nous voulons sortir de ce seul usage métaphorique (qui peut apparaître comme un obstacle à la pensée de l’objet scénique), de même que de l’opposition franche entre le domaine de la pensée théorique et le concret de la pratique – qui n’est d’ailleurs pas sans rappeler un certain dualisme qui séparerait hiérarchiquement l’esprit et le corps, dualisme dans lequel la marionnette elle-même plongée.
Notre approche se veut plus fonctionnelle et scénique : la philosophie pratique ou la philosophie de terrain que nous tâchons de mettre en jeu dans notre travail de réflexion collective, pense la théorie avec la pratique. Ce qui nous amène à questionner les méthodologies des disciplines propres à la Philosophie et aux Etudes théâtrales : si les arts du spectacle s’attachent à rendre compte des pratiques scéniques de manière descriptive, par la méthode de l’analyse de spectacles, et si la philosophie propose des outils conceptuels préexistant aux pratiques artistiques qui sont analysées, nous nous positionnons dans un « espace entre », une recherche à trouver, où le spectacle est d’une part considéré non seulement par la scène qu’il donne à voir, mais aussi par les scènes (politiques, sociales, intimes, médiatiques) qu’il suppose, qu’il suggère, où le spectacle porte d’autre part un environnement philosophique et conceptuel dont on ne peut dire qu’il est second par rapport à la manifestation scénique. Le dispositif de pensée, entre théâtre et philosophie, que nous voulons mettre au jour relève d’une « philosophie de terrain » qui, à partir de « scènes de la pensée » comme des textes philosophiques, permet de développer une nouvelle herméneutique qui opère sur une matière scénique. Cette nouvelle herméneutique nous pousse à travailler à la constitution d’un lexique de concepts spécifiques à la scène marionnettique.
Pour cette deuxième résidence marionnette et philosophie, nous nous attacherons à poursuivre ces réflexions. Afin de structurer nos échanges, quatre axes de recherche/création ont été retenus :
– Automatismes / Kleist / verticalité
– Comique / rire / grotesque
– Utopie / politique
– Eco-marionnette / mutations / transformations

Seront présentes lors de cette résidence :
Hélène Beauchamp, Flore Garcin-Marrou, Raffaella Gardon, Anaëlle Impe, Noémie Lorentz,  Shirley Niclais et Aurélie Rezzouk
Institut International de la Marionnette

jeudi 5 février 2015

Atelier Clown - Philosophie à la Maison Pop de Montreuil

Résidence atelier de recherche

Clown et Philosophie

Du 5 février au 17 avril 2015
Sous la conduite de Violaine Chavanne, assistée de Raffaella Gardon
Laboratoire des Arts et Philosophies de la Scène.
Violaine Chavanne pratique dans la vie le clown comme la philosophie. C’est au sein du LAPS (Laboratoire des Arts et Philosophies de la Scène) qu’elle a formé le projet d’un atelier pratique de recherche explorant les affinités entre les deux pratiques. Assistée par Raffaella Gardon, elle mènera ainsi de février à avril à la Maison populaire un atelier de jeu clownesque autour de cette question, avec des comparses philosophes, comédiens, amateurs du jeu clownesque et/ou de la pensée philosophique.
Les deux pratiques ont en effet en commun d’avoir pour affect fondamental l’étonnement : le clown, réceptif au moindre détail, en fait un événement. La philosophie de son côté commence en s’étonnant des évidences.
Il s’agira alors d’éprouver en quoi le clown est en lui-même une machine philosophique. Doté du masque élémentaire, le nez rouge, il a d’abord le pouvoir de singulariser et d’universaliser les traits de caractère de chacun, de faire accéder telle faille, telle idiosyncrasie au statut d’une vérité générale. Le clown produit également une véritable performance métaphysique puisque avec lui l’élémentaire, le menu, le presque rien accèdent à l’existence et forment un monde en soi, un monde justifié. Enfin le clown déploie une position politique singulière car il fait spectacle de ses échecs, de ce qui le rend pour la vie sociale tout à fait improductif. En en tirant des galons par le rire qu’il suscite, il transforme ses faiblesses en force et est ainsi résolument subversif.


Il s’agira, à partir de cette matrice, philosophique déjà en elle-même, d’inoculer de la philosophie à petites doses (concepts, postures, questions), de manière très fragmentée voire quasi insignifiante, afin de voir quelles folles transformations, quelles envolées ou au contraire quels ânonnements le travail d’improvisation peut lui faire subir. Car la philosophie a sa grandeur mais aussi ses misères. Et finalement ce qui sera en jeu, ce sera d’expérimenter ce que la pensée doit au jeu et au corps, comme, fondamentalement, ce qu’elle doit à l’irrévérence.
Ce travail donnera lieu dans le courant de l’année 2015 à une restitution à la Maison populaire dont la forme naviguera entre conférence, compte rendu de l’expérience et performance.

Violaine Chavanne vit à Montreuil. Elle est philosophe et comédienne. Elle pratique le clown depuis de nombreuses années. Elle a également mis en scène, Italienne avec Orchestre de Jean-François Sivadier ainsi que La Force de l’habitude de Thomas Bernhard et a collaboré artistiquement à divers spectacles. Auteure d’une thèse de philosophie sur le théâtre, sur la question de l’image, elle poursuit ses recherches dans le cadre du laboratoire HAR (Histoire des Arts et des Représentations) à l’université Paris-Ouest Nanterre-La Défense et du LAPS (Laboratoire des Arts et Philosophies de la Scène). Elle est auteure de divers articles sur Joël Pommerat, Jérôme Bel, Robert Wilson, Robert Lepage, Christoph Marthaler et sur le cinéma de Robert Bresson.

http://www.maisonpop.fr/spip.php?article1914 

http://labo-laps.com/atelier-clown-et-philosophie-appel-a-participation/ 

samedi 24 janvier 2015

Otto storie di vite - il desk - 17/01/15

Otto storie di vite nel Dormitorio di Napoli, Iodice restituisce l'identità agli ultimi
Suggestiva rappresentazione di Mettersi nei panni degli altri/Vestire gli ignudi, mandata in scena al Centro di Prima Accoglienza
NAPOLI - Maiuscola e suggestiva rappresentazione di Mettersi nei panni degli altri/Vestire gli ignudi, mandata in scena da Davide Iodice al Centro di Prima Accoglienza (ex Dormitorio Pubblico). Il lavoro è il primo movimento del progetto di ricerca e creazione  Che senso ha se solo tu ti salvi, ispirato a Le Sette opere di Misericordia  di Caravaggio. Con esso prosegue il percorso teatrale del regista napoletano sulla crisi della società contemporanea intrapreso con i precedenti  La fabbrica dei sogni e  Un giorno tutto questo sarà tuo. In un anno Davide Iodice ha raccolto le storie di alcuni ospiti del dormitorio nel momento in cui hanno "perso la loro identità" e le ha messe in scena con loro stessi protagonisti, affiancati da attori che sono specialisti dell'esistenza e della scena. Sono degli assistenti "magici" che li aiutano con la loro maieutica a fare venire fuori l'evocazione.  Lo spettacolo si svolge in otto stanze per otto storie e compone un sorprendente affresco esistenziale e umano, capace di cogliere e restituire il valore della dignità di ogni singolo. Gli spettatori, guidati, da un attore con il volto mascherato, iniziano la loro visita. La prima stanza è la Lavenderia in cui si svolge il prologo del lavoro che ha come tema la ricerca dell'Identità. Si parte da un cappotto vuoto e da  una musicista che suona il violoncello.  Compare, quindi, una  figura che si spoglia togliendosi di dosso moltissimi abiti maschili e femminili a simboleggiare tutte le identità che sono accolte nel dormitorio. La scena termina con il personaggio che si accascia sui fili dei panni del bucato e viene coperto da un lenzuolo bianco che la giovane musicista spande. E' un'anima sulla città e un chiaro riferimento a Michelangelo. Nel Guardaroba si racconta la storia di Maria. Legge i tarocchi e declama due sue poesie molto belle. In quel guardaroba arrivano le giacche che vengono stirate e numerate per essere, poi, attribuite ad ogni persona ospitata nel dormitorio: rappresentano i destini di ciascuno di loro e il numero è quello del letto che gli è stato assegnato. La visita continua e si arriva nella prima stanza del dormitorio., la Stanza del mare. Su una rudimentale barca a remi Giovanni, un pescatore di coralli, racconta la sua vita trascorsa anche in un mare di alcol.  E' divento alcolista, perdendo l'identità, per la morte della moglie. Quindi si va nella Stanza degli sposi. Qui la perdita dell'identità è la perdita della moglie. Si arriva alla Stanza di Luciano, un uomo che ha rotto con gli schematismi familiari e con le convenzioni. Sceglie la libertà che però lo rende un emarginato perchè gli altri lo mettono da parte. Raccoglie gli oggetti dimenticati e attraverso questi cerca di ricostruire una sua affettività. Il percorso continua nella Cappella dove Antonio declama una sua bellissima poesia il cui incipit è "Non correrò più nell'orto di mia madre". Parla, come se fosse un sogno, dell'armonia perdura, della nostalgia del passato. Molto suggestiva la drammatizzazione fatta da Iodice con l'evocazione delle figure chiave descritte nella poesia. Poi si va nella stanza dell'Emergenza dove Osvaldo racconta del momento della perdita della sua identità quando il figlio, investito da un pirata della strada, diventa tetraplegico. Osvaldo amava la corsa, era molto bravo, ma per una sua intemperanza non riuscì a vincere la medaglia messa in palio in una competizione. Iodice gliela dà simbolicamente nella Corsa, quando tutti i protagonisti, ciascuno secondo le proprie possibilità, fa una corsa su una pista allestita nel grande atrio del dormitorio. Uno alla volta tagliano il traguardo dove c'è uno specchio in cui ciascuno si riconosce e trova la propria idenità. Di grande effetto il momento in cui tra le mani degli attori e spettatori, disposti in circolo, passa il filo rosso del traguardo chiudendosi a cerchio a simboleggiare il sorgere del rapporto empatico di tutti con tutti. La rappresentazione si chiude con il cantautore Bruno Limone che canta "Le cose che dovevo fare quando le dovevo fare", accompagnato al violoncello dalla musicista che si è tolta la maschera come tutti gli altri.  Gli Interpreti sono, Antonio Buono, Davide Compagnone, Luciano D’Aniello, Maria Di Dato, Giuseppe Del Giudice, Pier Giuseppe Di Tanno, Raffaella Gardon, Ciro Leva, Osvaldo Mazzeca, Vincenza Pastore, Peppe Scognamiglio, Giovanni Villani. Collaboratore generale Luigi Del Parto ;  spazio scenico, maschere e costumi  Tiziano Fario ;  produzione  Teatro Stabile di Napoli, Interno 5, Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival Italia ;  collaborazione  Centro Prima Accoglienza (ex Dormitorio Pubblico), Scarp De Tenis, Binario della Solidarietà – Napoli.
(Foto davideiodice-teatro.it)
Mimmo Sica


vendredi 23 janvier 2015

Scena Caravaggio - La Repubblica 15/01/15

TRE giorni  -  da domani a domenica, repliche alle 16 e alle 18 per venti spettatori a turno, info 081 5524214  -  per vivere un esperimento teatrale al Centro di prima accoglienza (ex dormitorio pubblico) in via de Blasiis, alle spalle di via Duomo. Va in scena il primo movimento del progetto di Davide Iodice "Che senso ha se solo tu ti salvi", ispirato a "Le sette opere di misericordia" di Caravaggio. S'intitola "Mettersi nei panni degli altri - Vestire gli ignudi" e vede uno accanto all'altro attori professionisti e residenti della struttura: Antonio Buono, Davide Compagnone, Luciano D'Aniello, Maria Di Dato, Giuseppe Del Giudice, Pier Giuseppe Di Tanno, Raffaella Gardon, Ciro Leva, Osvaldo Mazzeca, Vincenza Pastore, Peppe Scognamiglio, Giovanni Villani.

Iodice, il suo teatro entra nella vita quotidiana e non è estraneo né a chi fa lo spettacolo né a chi lo guarda. È così?
"L'obiettivo è sicuramente riportare il teatro nel vivo del corpo sociale. Ne ha bisogno, direi. Provo a restituire al linguaggio teatrale la sua funzione comunitaria, catartica. Non amo la definizione di teatro sociale ma credo che questa sia la sola formula. Il teatro deve appartenere alle nostre esistenze, altrimenti non è".

"Mettersi nei panni degli altri". Proverbio abusato, magari incompreso, che diventa input del copione. Su quali intese si stabilisce la convivenza tra chi abita il Centro di prima accoglienza e i suoi attori?
"Sulla sensibilità reciproca. È questo il principio con cui scelgo il cast, in primis chi recita per professione. Debbono essere specialisti dell'esistenza. In questo passaggio, gli attori si offrono agli abitanti dell'ex dormitorio come assistenti magici. Per me è essenziale lavorare sull'umanesimo, specie in questi contesti borderline".

Borderline come questa speciale tela del Caravaggio.
"È un'opera per me essenziale. Accompagna fin dal primo istante la mia ricerca espressiva. Considero questo quadro il mio amuleto perché è indubbiamente e fortemente rappresentativo di Napoli. Esprime empatia, compassione. La posizione di Caravaggio è avere attenzione sugli emarginati, mai sui potenti".

Quale valore ha, per lei, il fatto che lo spettacolo sia inserito nel cartellone dello stabile Mercadante, anche se fuori dalle sedi tradizionali?
"La mia felicità è che il progetto sia sostenuto dal teatro della città. Ma è una produzione assai complicata da realizzare. Un attore che lavora in Francia mi ha detto che ogni Paese europeo l'avrebbe trasformata in una creazione annuale. Stabile, per l'appunto. Qui non credo che avverrà mai".

La poesia nel dormitorio - Gli stati Generali 17/01/15

La poesia nel Dormitorio Pubblico di Napoli

17 gennaio 2015
Tra i tanti volti di Napoli, questa città eternamente sospesa tra l’implosione e l’esplosione, si rintracciano altrettante possibilità creative, tutte vere e vive: nel rutilante e decadente teatro a cielo aperto, gli artisti rispecchiano di volta in volta aspetti particolari, dettagli minimali, visioni, possibilità. C’è la Napoli dei De Filippo e quella di Viviani; quella di Pino Daniele e quella dei neomelodici; quella di La Capria e della Ortese; quella della Camorra e quella della solidarietà.
A teatro si rinfrangono questi sguardi, si moltiplicano i racconti, le voci, gli scorci. Il regista Davide Iodice ha da anni scelto di abbracciare uno dei volti meno eclatanti o consolatori: la Napoli della marginalità, dei reietti, degli abbandonati.
Senza retorica, ma con rispetto e ascolto, Iodice vive il suo radicale legame con la città frequentando le emarginazioni, e da cinque anni lavora in uno spazio inquietante e bellissimo, l’ex Dormitorio Pubblico, per un progetto creativo di struggente bellezza e grande valore civile. Con l’importante sostegno produttivo del Teatro Stabile, del Napoli Teatro Festival (bello, e da sottolineare, che strutture simili scelgano di dare forza e spazio a imprese del genere: fortunatamente “antiproduttive” e “antispettacolari”) e della dinamica Interno5, Iodice torna con un nuovo spettacolo  che è una discesa negli abissi dell’animo umano, un perdersi nei labirinti di quel girone infernale che è l’ex Dormitorio.
Sono gli ospiti della struttura, infatti, che si fanno protagonisti di Mettersi nei panni degli altri /Vestire gli ignudi, primo movimento di un progetto titolato “Che senso ha se solo tu ti salvi”.
Con i loro volti semplici, a volte segnati dal tempo e dalla fatica; con le loro voci vere e i loro sorrisi; con, sulle spalle, il peso di chi è ferito ma non rinuncia alla propria dignità.
Il pubblico si muove in un percorso articolato, non lineare. Scale, corridoi bui o stanzette minime, adornate di pochi oggetti dal forte valore simbolico (le scene sono di Tiziano Fario). Ecco allora la lavanderia all’ultimo piano: qui, al suono di un violoncello, attraverso un vetro incrinato si vede il mare e poco lontana, all’orizzonte, la retorica bellezza di Capri. Ma è la realtà del Dormitorio ad imporsi, nei santini attaccati al muro, nella lana delle coperte; nei lettini allineati o negli odori della sartoria, dove una donna legge tarocchi o amare poesie.
Lo spettacolo ha momenti commoventi: la storia del cantante e del suo amore per una donna persa troppo presto; quella del pescatore di coralli, che continua a dipanare la rete e i propri ricordi; la storia del velocista mancato, vittima di un’infanzia davvero faticosa, o di quell’uomo che nasconde oggetti e tracce del passato nel proprio armadietto. Sono frammenti, piccoli quadri, suggestioni appena sussurrate, come quella di una farfalla fatta di nulla che vola via, o di un vecchio filmino super8 che rischiara il buio, di un ragazzo immobilizzato a letto che finalmente può tornare a danzare, o di una spoglia cappella che può diventare un giardino.
Nel labirinto, gli spettatori  seguono maschere enigmatiche (bellissime) e incontrano questi racconti veri e dolenti: non vi è mai commiserazione, semmai empatia, o consapevole e rispettosa partecipazione. Queste persone, con le loro storie, non si fanno “personaggi”, sono semplicemente testimoni della propria esistenza.
Nei suoi interventi registici, nel disegno generale, Iodice evoca non solo il teatro di Kantor, ma rimanda anche ai ritratti umani di Danio Manfredini o la poetica amara e vitalissima di Antonio Neiwiller: chiama in causa, nelle note di regia, il Caravaggio de Le sette opere di misericordia, mentre il titolo evoca certamente il Pirandello più complesso.
Sono riferimenti importanti, naturalmente, ma forse non bastano – e addirittura non servono – per connotare lo spettacolo. Che come Napoli ha mille volti, quante sono le storie che nasconde nella sua oscurità. Mentre fuori dalla finestra le luci del tramonto regalano squarci di retorica bellezza, nell’ex Dormitorio Pubblico si consuma la vita.
Il Teatro, si sa, è poca cosa: però qui, per una volta, anche i vinti del Dormitorio Pubblico possono essere vincitori e al traguardo finale c’è una medaglietta per tutti. E negli applausi sinceri e condivisi si mescola il sorriso amaro della commozione.

" Questo sono io " - il Pickwick 18/01/15

"Questo sono io"

Scritto da 

In questo dipinto la misericordia diventa appannaggio
umano, dovere della società civile, aiuto in chi versa
in condizioni disagevoli e di fatto è oppresso dalla
miseria, dall’indigenza, dalle malattie  ed è perseguitato
dalla sventura. Inoltre, in  ciascun personaggio,  c’è
quella  dignità che è  la condizione indispensabile
della persona umana.
                        
(Vincenzo Pacelli, Caravaggio)
(come lo racconto?)
Ci sono molti modi per raccontare Mettersi nei panni degli altri ma non ho chiaro quale sia adatto davvero. Attraverso il Centro di Prima Accoglienza: ne salgo e scendo le scale, mi siedo su un letto, ne passo i corridoi; ne sento il freddo quando giungo nella grande camerata, ne intuisco il silenzio quando visito una stanza più piccola, laterale, più scura; cerco e trovo con lo sguardo qualche segno che mi rimandi a chi lo abita adesso: un mazzo di carte, un cane di peluche nero e marrone, una valigia di tela; una cornice che contiene il volto della Madonna, una bottiglietta di plastica, la scritta “Solo Gesù ti aiuta” su una cassetta del pronto soccorso. E la pila di “lenzuola per sotto con gli angoli”, di “camicie estive ½ maniche” o di “camicie estive manica lunga” che vedo in stireria. Allora penso che un buon modo d’iniziare la recensione sia proprio rendere questo mio andare che poi è l’andare che Davide Iodice m’impone: devi camminare se vuoi incontrare qualcuno, se vuoi sentirne la storia, se vuoi vederlo mentre ti parla e ti dice di sé e – quindi – cammina in questo posto, cammina ed osserva e, quando sei giunto, fa silenzio ed ascolta, poi voltati e torna di nuovo a camminare.
Ma basta il moto visivo? Basta, per fare recensione, limitarsi agli uomini e alle donne di questo luogo, coi loro occhi imbolsiti, i sorrisi senza denti, le mani nodose? Oppure è più giusto mettere in pagina un discorso sugli ultimi, sugli emarginati, sugli sconfitti, producendo magari un campionario di chiacchiere su chi poteva farcela e non ce l’ha fatta, su chi avrebbe voluto, su chi stava per?
Ho paura della retorica. Così rifletto e penso che non mi basta il volto di Antonio, non mi basta l’incontro con Peppe, non mi bastano gli occhi di Maria. Non mi bastano perché Antonio, Peppe e Maria, sono parte di un discorso che riguarda la vita ma che si esprime attraverso il teatro. È quindi dal teatro che devo partire, se voglio scovare la vita in questo spettacolo.

(la coralità individuale)
C’è una nuova forma di coralità che appartiene da almeno vent’anni al teatro. Si tratta di una coralità individuale, formata cioè da racconti singoli messi in sequenza, da prospettive personali che s’intrecciano o si susseguono, che fa dell’estrazione una messa in comune e dell’isolamento il presupposto per un discorso collettivo. Rifiutato il dialogo, forma ipocrita dello stare assieme, questa coralità vive di monologhi, espone il privato e si affida a voci uniche, differenti, diverse. L’insieme di queste voci fa il coro mentre – un tempo – il coro uniformava le voci singole costringendole a dire all’unisono.
C’è questa nuova forma di coralità, da almeno vent’anni, in teatro. È una forma che riesce a tessere un discorso generale attraverso parole specifiche, che fa con le storie una Storia e che produce unità attraverso la dispersione, per cui abbiamo un attore in un luogo, un altro in uno spazio lontano, distante, posto più in alto o più in basso. Esaltazione apparente della soggettività all’interno di un contesto paritario, decentralizzazione spaziale, testualità disgiunta e che si compone in accumulo ne sono le conseguenze formali. Questa coralità individuale – riflesso teatrale della parcellizzazione sociale e politica contemporanea – riesce, quando funziona, a mettere assieme ciò che è accaduto separatamente, fonde senza annullare, espone senza ridurre: gli interpreti, pur ascoltati uno ad uno, diventano un corpo comune, un medesimo fatto, un’unità drammaturgica.
Antonio, Peppe, Maria e Ciro, Osvaldo, Luciano, Giovanni valgono per sé ma sono un tutt’uno; espongono lacerti della propria esistenza ma questi lacerti – senza perdere la loro caratterizzazione e senza annullarsi vicendevolmente – compongono una meta-narrazione più ampia, che riguarda loro, riguarda chi è in condizioni simili, che finisce per riguardare anche me, tutti i presenti, voi che leggete.
Dunque.
A me sembra che Mettersi nei panni degli altri sia fatto di questa coralità individuale; a me sembra che abbia come fonte primaria ciò che appartiene ad Antonio, Peppe o Maria; che rispetti questa soggettività iniziale consentendo ad Antonio, Peppe o Maria di raccontarsi, ma poi riesca a fare – di ciò che dicono Antonio, Peppe o Maria – un canto generale. Siamo in presenza, quindi, non di una moltitudine offerta nel suo complesso ma di una pluralizzazione di corpi singoli che diventa moltitudine e ascoltiamo una molteplicità di solitudini che smettono di essere solitudini nel momento stesso in cui vengono coordinate e concatenate tra loro in spettacolo.
“Buonasera, sono Maria. Questo gioco divinatorio mi è stato insegnato da una signora di Ercolano”.
“Io sono stato molte cose: sono stato un pescatore di coralli, ho fabbricato i fuochi d’artificio con mio padre e sono stato un ebanista. Poi sono stato marito e padre”.
“Mia moglie l’ho conosciuta a una festa di alcuni parenti: è là che l’ho vista”.
“Io conservo tutto quello che mi regalano, non consumo tutto subito”.
“Perché, degli anni belli, ogni ricordo è amaro?”.
Un matrimonio interrotto dalla morte; un figlio immobile in un letto; gli oggetti conservati in una scatola; la lettura delle carte per inventarsi il destino; l’orto materno, nel quale non si correrà più. Un portagioie decorato di conchiglie, scarpe da ginnastica, caramelle. “Le cose che dovevo fare, quando le dovevo fare”. “Quel bimbo ero io, lo devo ricordare”. “Ho cercato di nuovo l’amore ma non l’ho trovato, non lo troverò più”.
Frammenti che appartengono a un solo volto, che vengono da una sola cassa toracica e che sembrano sostare separati, ognuno d’essi confinato all’interno di una stanza, ma che sono messi in contatto dalla regia, come perle una ad una con un filo: agli spettatori seguire il filo. Frammenti che, per quanto stanziali, finiscono per viaggiare col viaggiare del pubblico, frammenti che mi restano addosso quando varco l’uscita di una camera e che porto con me nella camera successiva. Frammenti individuali che fanno così coro riuscendo a unire chi parla, me che ascolto, gli altri che mi sono accanto.
Frammenti di vita di Antonio, di Peppe o di Maria che smettono – in questa maniera – di essere solo di Antonio, di Peppe o di Maria: diventando teatro.  

(la teatralizzazione del reale)
Il secondo aspetto che mi colpisce di Mettersi nei panni degli altri è la teatralizzazione del reale. Iodice non si limita a posizionare uomini e donne perché espongano, in maniera ordinata e diretta, le loro storie ma, queste storie, le mette in scena, le metaforizza o le coniuga artisticamente, accompagnandole con una figurazione ulteriore. Attori − in maschere neutre ma perfettamente aderenti − appaiono, avanzano, prendono parte al racconto dandogli corpo, movenze, sostanza. Penetrano la vicenda – questi attori – (con)fondendosi con chi l’ha vissuta e, in questo contatto fisico, credo ci sia il senso dell’intero lavoro: la vita (coloro che abitano il Centro) alimenta il teatro (gli attori); vita e attori si sfiorano, si toccano, coabitano e si danno manforte per il breve tempo dell’esposizione; infine – come è giusto che sia – il teatro termina (gli attori cioè spariscono) e non rimane che la vita, da sola, intenta a contemplare la fine del suo raccontarsi.
Abbiamo quindi, per ogni narrazione dello spettacolo, lo stesso principio dinamico e realizzativo: persona/vita vera, principio della narrazione; apparizione degli attori, inizio del teatro; persona e attore assieme/esposizione della vita e sua traduzione in forma teatrale; sparizione degli attori, termine del teatro; persona da sola/storia vera che resta, sfumata la messinscena.
Questo principio mi aiuta anche a dire cos’è complessivamente Mettersi nei panni degli altri: è teatro che prende inizio dalla vita, è vita che porta al teatro, è vita che necessita del teatro per farsi conoscere, è teatro che si nutre della vita per farsi teatro, è insieme di vita e teatro, è forma del teatro data al ricordo della vita, è maschera in aggiunta ad un volto, è volto che per farsi vedere necessita di una maschera, è verità che produce menzogna ed è menzogna fatta di verità.
L’anziano (vita) che abbraccia se stesso bambino, sotto forma di burattino di legno (teatro); la danza (teatro) di un padre e di un figlio, in un cambio di ruoli tra chi aiuta e chi viene aiutato (vita); le carte che diventano giacche (teatro), le giacche che sono destini e persone (vita); una scarpetta rossa (teatro), per simboleggiare l’incontro con una figlia (vita); l'ombra di un'attrice (teatro) sulla proiezione di un filmino matrimoniale (vita); una pedana di legno (teatro) che si fa nave (vita); una ragazza (vita) che diventa farfalla, una farfalla che diventa speranza, una speranza che prende il volo e scompare (teatro).
Così, il teatro e la vita, in Mettersi nei panni degli altri.  

(Caravaggio)
In una data che non conosciamo, nonostante i documenti di antica e recente acquisizione, i deputati del Monte della Misericordia di Napoli si rivolgono a Caravaggio perché dipinga un quadro per l’altare maggiore della loro chiesa. Un artista di fama e prestigio, in grado di dare lustro all’istituzione. I committenti sono tutti giovani, tra i venti e i trent’anni, e nobili. Questi stessi giovani nobili sarebbero dovuti essere tra le figure del quadro: le loro iniziative benefiche (tra cui il Vestire gli ignudi che fa da sottotilo allo spettacolo) sarebbero state così testimoniate iconograficamente ne Le Sette Opere di Misericordia. Il saldo della committenza è del gennaio 1607. Quattrocento ducati. Caravaggio pesa i denari, accetta l’incarico, lo riforma a suo modo.
C’è un aspetto che mi colpisce de Le Sette Opere di Misericordia: nessuna delle figure osserva in alto. Volano gli angeli, vola la Madonna tenendo il Bambino, eppure lo sguardo di uomini e donne è orizzontale, paritario, medio-basso. È la terra, e non il cielo, il luogo di questa misericordia; la terra sono le strade, le piazze, i vicoli di Napoli. Caravaggio rinuncia ai volti dei nobili e, pur usufruendo di fonti storiche antiche e inscenando figure ultramondane, trascina sul palco (ovvero sulla tela) uomini e donne d’origini modeste, urbane. Una popolana che allatta il vecchio alla grata della prigione, il gentiluomo che spartisce il mantello col mendicante nudo, l’uomo che illumina un cadavere, l’oste e l’albergatore che danno da bere all’assetato, gli angeli-lazzari, “ripresi” – come dice Roberto Longhi – “dalla verità di Forcella o di Pizzofalcone”. Pezzenti, miseri, colpevoli di cui Caravaggio sente il bisogno per la rappresentazione. Vita vera, vita che il pittore incrocia a passeggio, vita che freme e ha mal odore e barba sfatta o forme abbondanti e in cui s’imbatte mentre cammina: da casa alla locanda o, dalla locanda, tornando verso casa.
Mettersi nei panni degli altri – leggo dal comunicato – “è un percorso di ricerca e creazione ispirato a Le Sette Opere di Misericordia di Caravaggio”. Ma in cosa consiste questa ispirazione? A me sembra che sia un errore cercare – in ciò che osservo – un rifacimento, anche solo parziale, della tela. Non ci sono tableux vivant, non c’è ripresentazione di scene che appartengono al quadro, non c’è una volontà di togliere dalla parete il capolavoro per farlo apparire in forma teatrale al Centro di Prima Accoglienza.
Più profonda è l’ispirazione di Davide Iodice e riguarda il bisogno della vita (nella sua dimensione più misera, dimenticata o rimossa, nascosta) per fare teatro, così come Caravaggio sente il bisogno della vita per comporre il dipinto. Mettersi nei panni degli altri ha come riferimento Le Sette Opere di Misericordia non per ciò che il quadro espone, per ciò cui allude o per la committenza da cui deriva, ma per questo bisogno irrefrenabile, necessario e insostituibile di Caravaggio a rifarsi ai ragazzi che corrono in strada, agli anziani che tossiscono in un angolo, alle donne che portano le ceste al mercato, ai mendicanti che distendono la loro mano nella folla senza ricevere nulla. Di questa verità sente il bisogno la pittura di Caravaggio, di questa verità sembra sentire il bisogno il teatro di Davide Iodice.
Perciò gli abiti dimessi e confusi sul pavimento, la macchinina di metallo e il carillon adagiati sul letto, una lavatrice e il suo rumore, le foglie di carta marrone, il violoncello, le ombre formate sui muri, il soffio sulle candele, i versi poetici, il suono dell’acqua di un pozzo battesimale, lo specchio che vedo in Mettersi nei panni degli altri hanno la stessa funzione che – ne Le Sette Opere di Misericordia – hanno le ali degli angeli, la fiaccola ai piedi del morto, la veste bronzea e bianca della donna, la lunga barba del vecchio, il vello, il getto d’acqua, la mascella d’asino: sono la forma con cui si rende ciò che è vero, sono ciò che ne deriva e che pure è necessario perché – ciò che è vero – resti negli occhi di chi guarda.
È caravaggesco Mettersi nei panni degli altri non perché ha la stessa prospettiva dinamica, la stessa verticalità, la stessa aggregazione dei corpi o la stessa penombra lucente: è caravaggesco perché afferma, dichiara ed espone il legame – indissolubile, per Iodice – tra ciò che esiste e ciò che sembra, tra ciò che appare e ciò che è.
“Questo sono io” dice un abitante del Centro di Prima Accoglienza, mentre la finestra si spalanca e due ventagli iniziano un battito d’ali a mezz’aria. Da lontano, il regista osserva, stando alle spalle del pubblico.






Mettersi nei panni degli altri. Vestire gli ignudi
drammaturgia e regia Davide Iodice
con Antonio Buono, Davide Compagnone, Luciano D'Aniello, Maria Di Dato, Giuseppe Del Giudice, Pier Giuseppe Di Tanno, Raffaella Gardon, Ciro Leva, Bruno Limone, Osvaldo Mazzeca, Vincenza Pastore, Giovanna Racic, Peppe Scognamiglio, Giovanni Villani
collaboratore generale Luigi Del Parto
spazio scenico, maschere e costumi Tiziano Fario
produzione Teatro Stabile di Napoli, Interno 5, Fondazione Campania dei Festival-Napoli Teatro Festival Italia
collaborazione Centro Prima Accoglienza (ex Dormitorio Pubblico), Scarp De Tenis, Binario della Solidarietà
lingua italiano, dialetto napoletano
durata 1h 30'
Napoli, Centro Prima Accoglienza – Ex Dormitorio Pubblico, 16 gennaio 2015
in scena dal 16 al 18 gennaio 2015

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