mercredi 21 décembre 2011

des news de ZOOSCHOOL #2

Qualche domanda al regista: Andrea Tomaselli

Andrea Tomaselli

D: Ciao Andrea, raccontaci di te.
R: Ho quasi quarant’anni. Vivo a Torino. Mi occupo da sempre di cinema e letteratura, come narratore e come docente. Sono un nostalgico degli anni ’70, di come in quegli anni veniva intesa e vissuta la narrazione. Credo che in quel periodo siano state prodotte narrazioni estremamente valide, che per me rappresentano modelli di riferimento. Il contenuto etico e il rigore estetico di quelle narrazioni: sono canoni che tento di raggiungere attraverso il mio lavoro.

D: Cosa ti ha spinto a diventare regista?
R: Due cose: da una parte il fatto che sin da piccolo i miei genitori mi hanno sempre portato parecchio al cinema. Non appena rimettevamo piede a casa, io e mia sorella ‘rifacevamo’ il film appena visto. Da sempre il cinema è stato un canale preferenziale di conoscenza e interpretazione della vita; dall’altra parte il lavoro del regista è un lavoro che si basa sulla collaborazione. Mi sento a mio agio a lavorare con tante persone, diverse tra loro, a rielaborare uno stesso aspetto del progetto con persone diverse da un diverso punto di vista, umano e tecnico. Riuscire a capire ‘con chi’ è meglio affrontare quel determinato apetto del lavoro ‘cinema’, riuscire a valorizzare ognuno dei collaboratori, secondo le sue specifiche capacità e qualità, è una componenete del lavoro da regista che mi fa amare questo lavoro.

D: Quali film degli anni 70 ti hanno colpito in particolare, perchè?
R: La caratteristica degli anni 70 (dalla fine dei sessanta agli inizi degli ottanta) è la tensione etica e sociale che faceva da colonna vertebrale ai film, e questo avveniva senza ridurre le soluzioni estetiche a un’integralismo socio-relistico. A volte si trattava di film realistici o iperrealistici (a volte addirittura ispirati a eventi di cronaca) – Taxi Drive, Il Padrino, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso, Qualcuno volò sul nido del cuculo,  Quel pomeriggio di un giorno da cani, Il Cacciatore, Perché il signor R. è colto da follia improvvisa?, Veronika Voss -, altre volte era il ‘genere’ a rileggerre la realtà senza per questo perdere la suddetta tensione – la fantascienza di Alien, Solaris, 2001,Stalker, il surreale di The Rocky Horror Picture Show e di Arancia Meccanica, l’horror di Rosemary’s baby, La notte dei morti viventi, La stagione della strega, Videodrome -; anche il privato, lungi dal disperdersi nel disimpegno, sapeva essere politico in una ricerca che era civile ed estetica insieme – Mariti, Una moglie, Minnie e Moskowitz -

des news de ZOOSCHOOL #1

Zooschool e il montaggio parallelo: intervista a Lidia Ravviso


 

D: Ciao Lidia, parlaci di Woka.
R: Woka è una piccola casa di produzione con sede a Roma.
Nasce circa due anni fa, da un primo nucleo di poche persone: amici e colleghi che da un pò di tempo avevano condiviso progetti ed esperienze nel campo dell’audiovisivo.
Abbiamo deciso di “unire le forze” ed eccoci qui, alle prese con il nostro primo lungometraggio.

D: Di cosa vi occupate in genere?
R: Principalmente della produzione e postproduzione di documentari e videoclip.
Il cinema lo abbiamo attraversato ognuno con la propria esperienza personale, quindi individualmente.
Con Zooschool è la prima volta che ci troviamo a lavorare insieme su un progetto cinematografico.
Inoltre, siamo attivi anche sul fronte della organizzazione di eventi come mostre, concerti e manifestazioni con una particolare attenzione al sociale, ragion per cui, per esempio, negli ultimi anni siamo riusciti a portare avanti anche progetti di altra natura legati alla cooperazione internazionale o all’inchiesta, a cui stiamo lavorando, nei Territori Palestinesi.

D: Che ruolo hai all’interno di Woka?
R: Io nello specifico mi occupo di regia e montaggio da una decina di anni.

D: Come siete venuti a conoscenza del progetto Zooschool?
R: Un amico in comune ci ha parlato del film, poi abbiamo letto la sceneggiatura, abbiamo studiato il progetto sulla piattaforma di Indiegogo e abbiamo deciso di contattare Andrea per capire come collaborare alla realizzazione del film.
Ci ha entusiasmato sia il tema affrontato dal film, gli orrori della scuola publica, sia il meccanismo di produzione del film legato alla formula The co-producers, a noi sconosciuta fino a quel momento.
Ci è sembrata un’occasione importante per sostenere un progetto valido e allo stesso tempo metterci in gioco in prima persona.

D: Di cosa si è occupata Woka all’interno del progetto?
R: Woka è una delle 5 case di produzione che ha sostenuto il film mettendo a disposizione il proprio lavoro.
In particolare ci siamo occupati della registrazione dell’audio in presa diretta sul film e di parte della produzione esecutiva, mentre per quanto riguarda la post produzione stiamo seguendo parte del montaggio video, il montaggio del suono e parte della composizione delle colonne sonore.
Io ho montato il film insieme a Federico Lagna (di Epica Film), abbiamo voluto fare questo esperimento visto che la storia si snoda tra due spazi temporali, il presente e il passato.
Io mi sono occupata del “presente” del film, ossia la parte in cui la storia si tinge di horror!

D: Interessante quest’esperimento di montaggio parallelo, come vi siete coordinati?
R: C’è stata una prima fase di montaggio a Torino (la mia) per tutto il mese di settembre, poi ho passato la palla a Federico.
Abbiamo continuato a sentirci e a tenerci in contatto e da pochi giorni ci siamo rivisti con il regista per “mettere insieme i pezzi” e rivedere alcune parti della struttura del film.
Abbiamo lavorato benissimo insieme, seppur con le difficoltà dovute alla distanza Roma-Torino, e posso dire che siamo soddisfatti del risultato ottenuto.
E’ andata bene insomma!

D: Ok, siamo curiosi di vedere il risultato allora. Ti ringraziamo per la tua disponibilità.
R: Grazie a voi. Ciao!

lundi 21 novembre 2011

L'INFERNO MUSICALE - SOCIETY


SOCIETY

Dal 28 novembre al 4 dicembre 2011
presso C.S.A. Baraonda



Il laboratorio SOCIETY, ideato da Mattia Castelli e tenuto da ATLETICA SMALTI, nasce da un progetto coreografico pensato per 54 corpi. L'oggetto di riflessione sul movimento, che diventa metafora del comportamento sociale, è il cubo magico o di Rubik.



Partendo dall'ipotesi per cui la danza è un movimento decodificabile, il codice di movimento dal quale prende vita la ricerca coreografica è l'algoritmo di risoluzione del cubo di Rubik, nonché le 92 mosse che sono servite per risolverlo.
Tale codice fornisce indicazioni di direzione (x, y e z) sullo spostamento e diviene pretesto per una sperimentazione sul movimento che mira a valorizzare le diversità di ciascun corpo impegnato a relazionarsi con sé, con gli altri e con le regole del gioco. Il laboratorio si pone come allenamento alla pratica creativa attraverso la costruzione di vocaboli di movimento intesi come azioni fisiche ed emotive.


Tutto sarà veicolato dal gioco e dalle dinamiche che si possono scatenare in esso offrendo lo spunto per delle riflessioni intorno alla natura relazionale, organizzativa ed emotiva di ciascuno.
Obbiettivo del laboratorio è quello di approfondire la ricerca sul progetto nell'incontro con una pluralità che ridefinisca di continuo i modi e le intenzioni di rappresentabilità.


Il laboratorio è aperto a performers, cantanti, danzatori , attori, "professionisti o appassionati della materia". Si richiede di portare una maglia a scelta tra uno dei sei colori: bianco, giallo, verde, blu, rosso, arancio.


Il 4 dicembre verrà presentata una dimostrazione conclusiva.


Il laboratorio si svolgerà presso il C.S.A. Baraonda in via Pacinotti 13 a Segrate, dalle 16:00 alle 22:00 (con pausa di 30 minuti).


Il costo del laboratorio è pari a 50 euro (sei giorni + dimostrazione)



SONO ANCORA APERTE LE ISCRIZIONI!!


Per informazioni e iscrizioni:

https://lecittasottili.noblogs.org
lecittasottili@decimopianeta.com
federicasamori@gmail.com

dimanche 13 novembre 2011

au violoncelle dans...

COME CORPO CADE

26 novembre 2011 | h. 21.00

27 novembre 2011 | h.16.00 – 21.00

@DiD Studio | 8 euro

programma di residenza 2011, gruppo vincitore del premio iCreate (Lugano 7 maggio 2011)

Realizzato con il sostegno dei premi “Fringe2Frige” – Napoli Teatro Festival 2010 e NAOnuoviautorioggi – progetto di Ariella Vidach AIEP 2011.






Lo spettacolo prende ispirazione dal V canto dell’Inferno di Dante. In un girone in cui il vento soffia incessantemente e costringe i dannati ad un moto senza tregua, si distinguono Paolo e Francesca, simboli dell’amore senza tempo eppure condannati, a causa dell’adulterio, a seguire la corsa infernale. La coreografia sviluppa il tema della caduta, metafora dell’amore, della tentazione e della morte, dimensione veramente umana e condizione fisica irreversibile. La storia dei due amanti, epica nella sua versione medievale e del tutto comune secondo una lettura contemporanea, porta a riflettere su temi eterni come il giudizio, la compassione e la morale. I tre danzatori assumono ruoli intercambiabili, rompendo con l’idea tradizionale dell’amore rappresentata dal “due”; corpi offerti alla propria sorte che si ostinano e domandano.

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Coreografie: Marta Melucci, Francesca Telli, Cristiano Fabbri
Musiche originali: Alberto Boccardi (aBP)
Violoncello: Raffaella Gardon
Disegno luci: Paolo Spotti
Costumi: Raffaella Spampanato

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Compagnia Schuko
Schuko è il nome di una presa elettrica, strumento indispensabile per il passaggio di corrente e il funzionamento di apparecchiature tecnologiche e al tempo stesso rimando ad un contatto attivo, ad un passaggio di energia, come avviene tra corpi che danzano insieme. Schuko svela il carattere multimediale del gruppo, alludendo tuttavia all’artigianalità dei suoi prodotti, che funzionano solo laddove si crei un contatto, una presa diretta sul pubblico secondo i canoni della performance dal vivo. Schuko è infine un personaggio immaginario che suggerisce una provenienza remota, anima e ispirazione della compagnia, strumento tecnico che diventa soggetto fantastico.

La compagnia nasce dall’incontro delle danzatrici Marta Melucci e Francesca Telli. Provenienti da diversi ambiti, filosofia ed educazione somatica (Marta) e design di interni e scenografia (Francesca), condividono una formazione comune nell’ambito della danza contemporanea. Iniziano la loro attività artistica creando brevi performance presentate nell’ambito di alcuni festival del panorama italiano e inserendo la danza all’interno di contesti inusuali come spazi urbani, giardini, aree dismesse. In collaborazione con il light designer Paolo Spotti sviluppano una ricerca nell’ambito delle arti performative integrando danza, video e design. Da questa collaborazione nasce la loro prima produzione teatrale “NEON, ambienti sottopassione” debuttata alla Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo nel 2005 e in seguito ospitata in importanti contesti internazionali come il Festival di Santarcangelo, Pétites Scenes Ouvertes a Parigi, l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles. Le produzioni di Schuko sono state presentate tra gli altri a Danae, Festival Exister, Mart di Rovereto, Museo degli Sguardi di Rimini, Salone del Mobile, Triennale di Milano, Tec-Art-Eco, Teatro Fondamenta Nuove, Teatro Annibal Caro e la compagnia ha nel tempo tessuto una rete di collaborazioni con artisti di diversa provenienza, come il videomaker Beniamino Borghi, la graphic designer Greta Bizzotto, l’artista Alice Rosa, la stilista Raffaella Spampanato, il musicista Alberto Boccardi, con l’intenzione di far dialogare diversi linguaggi ed estetiche. In co-produzione con il Festival Exister nel 2008 realizza lo spettacolo “i”, in seguito ospitato all’IN3 Scenographer’s Festival di Basilea. Nel 2008 con “Here you are!” e nel 2010 con “Yo e Ci” Schuko è stata sellezionata dal circuito Anticorpi eXplò. Lo spettacolo “Coso” è stato selezionato come finalista al Premio Equilibrio 2010 e all’E45 Napoli Fringe Festival e in seguito premiato dal Fringe2Fringe, Napoli Teatro Festival.

dimanche 6 novembre 2011

RI/CREAZIONE # NAPOLI - 31/10 - 4/11

Assistante du metteur en scène Davide Iodice dans le cadre de :

RI/CREAZIONE# Napoli

laboratorio itinerante per attori e danzatori su sostanza e forme della creazione scenica

# Madrid # Palermo # Milano

diretto da

Davide Iodice

31ottobre|4 novembre 2011 - START Via San Biagio dei Librai, 121 Napoli




Per un teatro laboratorio


Penso alla meraviglia delle cose quando appaiono per la prima volta, all’utopia del senso quando si fa corpo, spasimo, vibrazione, a un fare quotidiano e minuto. Penso al sublime artigianato di Kantor che scarnifica la Storia e l’Arte incarnandola nei vissuti dei suoi attori, chiedendo loro con forza ‘impegno intenso, rischio, costruzione’; all’idea di laboratorio di Neiwiller, al suo infinito tendere anarchico e poetico, a quella sua attenzione delicata e profonda verso ‘tutto cio’ che teatro non è ma lo alimenta’; a quel teatro laboratorio di Leo così centrale nell’utopia di un teatro popolare e audacemente contemporaneo insieme. Esperienze e insegnamenti che pongono con percosi diversi al proprio centro l’attore testimone del tempo e avanguardia della Storia, l’attore-autore, l’attore artista e persona, l’attore-medium, l’attore poeta, l’attore musicista, l’attore scrittura vivente.

Continuo a immaginare un luogo – laboratorio come luogo della ‘ri/creazione’ in cui la natura di ogni attore/persona e la vita, la natura di ogni attore/persona che è la vita, venga smontata e rimontata all’infinito, non come un mero esercizio tecnico e quindi vuoto, ma come un solfeggio ostinato e vivo che lentamente si fa musica.

Davide Iodice




Sensi e temi


Il laboratorio si pone come un allenamento intensivo e vivo alla creazione scenica, un artigianato che intenda il processo creativo come atto generativo lento, armonico, progressivo; che consideri sostanza prima del fare il senso necessario quanto la forma tenacemente sbalzata, in rilievo da una serialità ‘omologa’; la pura visione quanto la faticosa ‘tecnica’ della sua incarnazione, focalizzando la genesi dell’atto scenico come processo cognitivo ed esperienziale complesso e totale. Muovendo così dal ‘corpo espiatorio dell’attore’ si giungierà per ‘propagazione’ al ‘corpo cerimoniale’ ed evocativo dello spazio scenico, seguendo la cangianza e le mutazioni delle ‘materie prime’ utilizzate sul banco della SCENA in una minuta opera di costruzione e di trasformazione ‘necessaria’.

La ‘natura dell’attore’, il ‘corpo espressivo’ della persona - del dramma, l’oggetto di scena come ‘anima in forma esterna dell’attore’, lo spazio scenico come ‘lamina a sbalzo’ - ‘campo di forze’, l’oggetto trovato e l’oggetto ‘riconosciuto’, la ‘MASCHERA’, saranno alcuni degli orientamenti tematici di questo artigianato totale che si aprirà ai linguaggi come agli esiti realizzativi più diversi.




Davide Iodice

Napoli 1968. Regista, diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma, è tra i fondatori della compagnia libera mente di Napoli, di cui è direttore artistico. È stato condirettore artistico del Teatro Nuovo di Napoli dal 1995 al 1999. Ha collaborato con Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene, con Carlo Cecchi e con il Teatro di Leo. Lavora con artisti di differente provenienza e formazione, dal teatro popolare al teatro danza, dal circo alle arti visive, collaborando con centri di ricerca teatrale nazionali ed internazionali. Lavora da sempre nei più diversi luoghi del ‘disagio’, tentando una coniugazione profonda e viva tra il fare artistico e il senso, ‘sociale’, ‘pubblico’, del suo intendimento e della sua prassi.

Ha realizzato diverse opere radiofoniche per Radio 3 Rai ed un cortometraggio in collaborazione con Roberta Torre, Pasquale Pozzessere e Giovanni Maderna. Dal 2006 collabora con il Mercadante, Teatro Stabile di Napoli.

Premio SIAD (Società Italiana Autori Drammatici) 1991.

Menzione speciale Premio Nazionale Eti Scenario 1993 con Dove gli angeli esitano.

Segnalazione premio Ubu per Senza Naso né padroni, una specie di Pinocchio 1996

Premio Lo Straniero 1998

Premio Speciale Ubu 1999 per La Tempesta, dormiti gallina dormiti.

Premio Girulà Teatro a Napoli 2000 per la regia, con lo spettacolo La Tempesta, dormiti gallina dormiti.

Premio Girulà Teatro a Napoli 2009 per ‘A Sciaveca, di Mimmo Borrelli,adattamento Mimmo Borrelli e Davide Iodice, regia Davide Iodice

mardi 11 octobre 2011

Milan

Enregistrement d'une création sonore pour violoncelle et musique électronique avec Alberto Boccardi pour la compagnie de danse Schuko

vendredi 16 septembre 2011

10/09/2011 SOCIETY al Festival Ammutinamenti di Ravenna

«la coreografia è una forma d'arte»
ad ammutinamenti parla Mattia Castelli

di Alessandro Fogli

Il festival di danza urbana e d'autore Ammutinamenti che si conclude questa settimana ha già offerti numerosi momenti rilevanti, tra spettacoli affollatissimi, riconferme e tante novità. Di queste ultime, da segnalare sicuramente Society (ispirata al Cubo di Rubik), prima coreografia del trentenne lombardo Mattia Castelli, ed esito di un laboratorio che questi ha tenuto in agosto a Ravenna convogliando danzatori, attori, musicisti e anche esordienti da tutt’Italia per una sorprendente opera prima che ci ha rivelato un artista di evidente talento e visionarietà.


Un momento della coreografia di Castelli
Un momento della coreografia di Castelli "Society"

È lo stesso Castelli a raccontarci qualcosa in più di sé e del suo lavoro.


Mattia, qual è la tua formazione artistica?


«Ho iniziato all’accademia di belle arti di Milano, ma con un forte interesse verso le performance e la voglia di capire la dinamica della scena. Infatti al terzo anno ho lasciato e mi sono iscritto alla scuola di teatro della compagnia “Quelli di Grock”, formandomi come attore. Essendo una scuola non istituzionale e loro una compagnia che lavorava su una linea di teatro-danza, ho incontrato anche il movimento; poi ho conosciuto Monica Francia e nel 2008 ho ottenuto una borsa di studio con Sosta Palmizi, infine, nel 2009, ho incontrato Cinzia De Lorenzi, della cui compagnia di danza ora faccio parte. Anche se ho abbandonato l’accademia, in realtà mi sento più un artista visivo che in questo momento ha scelto la coreografia per creare, un artista visivo che interessato alla performance, al teatro e alla danza, ma senza essere condizionato dalle loro categorie e dai vari codici. Per me c’è un legame forte tra la pittura e il teatro in senso lato».


Society è una performance dai molteplici rimandi, che si presta a varie chiavi di lettura. Com’è nata?


«Sicuramente da una predisposizione personale all’esistenzialismo. La base del lavoro sono le relazioni umane, una questione per me basilare. Sono partito da una riflessione: credo che l’uomo si sia inventato il “gioco” della società per tutelarsi e per poter condividere lo spazio comune della terra. Ci si è organizzati ed è stata costruita una struttura fissa che è quella della società, con regole, comportamenti, professioni. In questa riflessione mi sono imbattuto molto casualmente nel cubo di Rubik, un gioco che vedevo da piccolo. Mi è tornato in mente un episodio, quello di mio fratello che per risolvere il cubo staccò tutti i quadratini colorati sparpagliati e li rimise tutti a posto. Mi sembrò una pensata brillante e ora l’ho intesa come una coreografia di colori, di quadratini che tendono tutti verso il proprio posto, tra i propri simili. Nel mio personale cubo di Rubik però intendo tutti e 54 i tasselli come colori diversi, non c’è assolutamente una soluzione, possiamo solo muoverci in questo caos organizzato secondo una legge molto probabilmente a noi sconosciuta. Tutto questo mi ha affascinato, e mi sono fatto molte domande sulla danza, che nel mio percorso formativo ho sempre visto intesa come movimento codificabile».


Non solo questa è la tua prima coreografia, ma hai anche lavorato, in tempi molto stretti, con un gruppo numeroso e vario, composto da danzatori anche non professionisti, attori, persone che non avevano mai performato. Una sfida non da poco.

«Assolutamente. Ma auspicabile, perché se avessi scelto di lavorare solo con danzatori professionisti sarebbe stato difficile scardinare impostazioni che non volevo, mentre il fatto che in un gruppo potesse sussistere tanta diversità faceva in modo che ogni categoria mantenesse la sua individualità e potenza ma anche che si dovesse confrontare con qualcos’altro. Non mi è toccato ogni volta dire “esiste un altro mondo signor danzatore professionista”, perché c’erano anche attori, musicisti, gente che non faceva niente di tutto questo ma tutti appassionati, sensibili, curiosi. Mi premeva che ognuna delle persone coinvolte nel progetto mettesse le sue capacità personali solo a servizio del gruppo; è da lì che parte tutto e si ritorna al mio interesse di partenza, cioè le relazioni. Dunque ho spinto molto sulla percezione dell’altro, visto che, anche nella vita, prima o poi si fanno i conti con qualcosa di diverso dal sé. A Ravenna comunque ho trovata un’enorme disponibilità da parte del gruppo. Si è creata la dinamica giusta, in cui gli ego emergevano ma sempre senza prevaricare, sempre mettendo in campo lo scambio di vedute. Certo, non è stato facile, ma molto molto stimolante».


Eri ad Ammutinamenti l’anno scorso come performer, ora c’è stato Society. Come giudichi il festival?


«Ho un legame particolare con Ammutinamenti e ancor prima con Cantieri; fin dall’anno scorso a Ravenna mi sono sentito un po’ a casa. E non è un caso se la prima possibilità aderente alla natura del mio progetto sia nata qui. Ci sono persone che sanno guardare oltre il proprio naso, sanno riconoscere le potenzialità. Ammutinamenti fa un lavoro prezioso per l’arte in senso lato e la cultura in Italia, non solo nel campo della danza. In Italia quando ti chiedono un progetto per una creazione in divenire, ti chiedono già anche come sarà il progetto, aprono un bando ma vogliono sapere come andrà a finire. Questo con Ammutinamenti non succede, mi è stata data la possibilità di lavorare senza voler sapere prima come sarebbe stato».

16 settembre 2011

SOCIETY

20/08/2011 Prima tappa di SOCIETY a Cantieri Danza - Ravenna

















SOCIETY - Progetto coreografico ideato da Mattia Castelli

Il progetto Society è un progetto coreografico che si ispira al gioco del cubo di Rubik come metafora della società con le sue regole ed i suoi comportamenti. Tale progetto ha attraversato una prima fase di ricerca all’interno del premio GDA Lombardia 2010 e grazie al sostegno dell’associazione Cantieri si è potuta aprire la seconda fase di ricerca laboratoriale per coinvolgere, fino ad un massimo di 54, più corpi danzanti possibili.
Tale fase prevede la realizzazione di diverse tappe nelle quali raccogliere materiale creativo per la rappresentazione finale e insieme ha l'obiettivo di strutturare il laboratorio stesso nell’idea di poter coinvolgere ogni volta persone differenti che si relazioneranno con una struttura definita.
In questa prima tappa abbiamo lavorato a partire dal concetto di gioco, tentando di costruire una struttura di regole, da rispettare o infrangere, dentro le quali si sviluppa una dinamica ciclica che sintetizziamo nell'azione di “fare” e “disfare” per poi ritornare a “fare” e così via, senza soluzione di continuità.

ATLETICA SMALTI

ATLETICA SMALTI è un atelier creativo senza fissa dimora. E' un progetto di esplorazione ed elaborazione creativa che coinvolge ogni volta luoghi e persone differenti e dal quale nasce uno scambio dialettico e pratico intorno all'atto creativo.

Collaboratori al progetto – prima tappa Ravenna:

Alberto Boccardi, musicista
Federico Visi, musicista
Raffaella Gardon, violoncello
Eleonora Parrello, assistente coreografa e allenatrice di danza release
Alessandra Fabbri, allenatrice di danza classica
Graciela Carballo, allenatrice di pilates
Caterina Leonardi, allenatrice di danza orientale
Gloria Grassi, allenatrice di danza orientale
Gioia Gurioli, allenatrice di canto
Ronnaug Tingelstad, allenatrice di canto
Federica Samorì, organizzatrice

jeudi 25 août 2011

parlano di noi sul Fatto Quotidiano ...


16 agosto 2011
in Saturno inserto culturale de Il Fatto Quotidiano
di Antonio Armano

Zooschool, un horror per raccontare la scuola

















Quando i parenti di
Hakan Yildiz hanno sentito che doveva interrompere la visita in Turchia per andare a Torino e farsi ammazzare sul set di un film l’avranno di certo dissuaso con le buone o le cattive a lasciare perdere e restare da loro fino alle fine delle vacanze. “Va a finire che ti fanno fuori davvero”, gli avrà detto qualcuno in famiglia. Yildiz è un giovane californiano d’origine turca che ha sborsato 700 dollari (circa 500 euro), tramite il sito di raccolta fondi Indiegogo.com, per fare appunto la parte della vittima in un film girato nella periferia postindustriale di Torino e intitolato Zooschool.

Grazie al sistema di crowdfunding di Indiegogo.com (specializzato nel reperimento di risorse dal basso per il cinema indipendente), Zooschool offre la possibilità di contribuire alla produzione con piccole somme di denaro ricevendo in cambio vari tipi di partecipazione al film più o meno diretta o anche gadget: 15 dollari per passare una giornata sul set, 60 dollari per avere il ciak (clapperboard) firmato dal regista e dal protagonista, 70 dollari per fare la comparsa nella folla e così via. E 700 dollari, la somma più alta, per essere una delle vittime e comparire nei contributi speciali del Dvd. Ma vittime di chi? Zooschool è un film sul disagio scolastico e racconta di Angelo Sabot (Gabriele Ciavarra), insegnante di sostegno in un fatiscente istituto tecnico di Settimo Torinese, che ha un rapporto conflittuale con la vice-preside Migliaci (Raffaella Gardon) e vive sulla propria pelle le tensioni di un ambiente degradato anche per i tagli dei fondi. Quando gli beccano una dose di stupefacenti, la situazione precipita e Sabot arriva a scuola armato di una mazza da muratore e si mette ad ammazzare appunto tutti quelli che incontra, studenti compresi.

Il genere horror è una modalità estetica alternativa per intervenire su un tema – quello del disagio scolastico – di solito affrontato in modo più grave e serioso. Ma senza per questo rinunciare alla denuncia: durante la mattanza, una serie di flashback raccontano le brutte esperienze che hanno portato il supplente a perdere il lume della ragione. Il ribaltamento rispetto al filone classico non è solo estetico ma investe anche il rapporto tra vittime e carnefici: di solito è lo studente impazzito a diventare uno sterminatore come nei casi di cronaca e nel documentario di Michael Moore Bowling for Columbine o nel romanzo di Antonio Scurati Il sopravvissuto (Bompiani). In Italia, dopo le varie riforme Gelmini, forse sono più a rischio di sbarellare i professori degli studenti? Sarà per questo che il giovane californiano Hakan Yildiz è rimasto colpito dalla insolita trama e dalla possibilità offerta di essere vittima della mazza del professore.

Il film è frutto delle esperienze personali del regista Andrea Tomaselli, insegnante presso un istituto tecnico a Settimo Torinese, lo stesso che fa da set a Zooschool, fatiscenza inclusa. Tra gli attori Manuela Massarenti che riveste il ruolo della preside carogna e il comico Natalino Balasso, che fa la parte di Contin, insegnante di educazione fisica e gay represso. Contin scopre che Dejan, un alunno omosessuale extracomunitario, ha ripreso di nascosto col telefonino i compagni di classe mentre si cambiavano, e l’ha costretto ad acconsentire alle sue attenzioni per evitare la punizione. Ma il prof finisce a sua volta ricattato dal giovane e deve scucire diecimila euro per farlo stare zitto. Sembra una versione scolastica e squallida delle trame di video e ricatti che caratterizzano la cronaca contemporanea.

Per realizzare la pellicola indipendente, le cui riprese sono appena finite, Tomaselli si è rivolto al sistema di crowdfunding non solo per affiancare nel finanziamento i cinque coproduttori (Indyca, Epica Film, Hallucigenia Entertainment, Woka e Aidía) ma anche per creare una partecipazione dal basso coinvolgendo direttamente i donatori e i sostenitori per esempio attraverso una pagina Facebook e un sito del film. Ci sono infatti opzioni che potrebbero interessare giovani aspiranti cineasti: con 250 dollari si può assistere a tre giorni di postproduzione, cioè di lavorazione del girato. Il tema della scuola è di quelli che toccano da vicino il mondo giovanile. In generale l’intento è risvegliare, partendo da Internet e dai social network, l’attenzione sulla scuola, rispetto alla quale, secondo il regista, si è creata una specie di assuefazione come quando un parassita ci morde inoculando un anestetico per non farci accorgere che sta succhiando il sangue.

Insomma una violentissima catarsi delle problematiche scolastiche, una specie di Cuore al contrario, con Franti che finisce preso a mazzate. Ma siamo anche dalle parti del Maestro di Vigevano (Einaudi) il libro (e film con Alberto Sordi) di Lucio Mastronardi che raccontava in modo crudo e devastante la scuola nella Lombardia del boom industriale dove i soldi avevano azzerato ogni altro valore (oggi siamo negli anni dello sboom). Mastronardi stesso era maestro e fu messo in un angolo dopo il clamore suscitato dalla sua opera, in particolare entrando in conflitto col provveditore agli studi Ficarotta che prendeva in giro per il cognome con telefonate moleste. Il film non ebbe il permesso di essere girato in una scuola vera. E diversamente da Sabot, Mastronardi non sfogò le proprie frustrazioni compiendo una strage in classe ma suicidandosi nel Ticino. Probabilmente Hakan Yildiz non avrebbe mai pagato 700 dollari per buttarsi in un fiume. Tra l’altro il “donatore digitale” non si è presentato sul set, per essere ucciso, pur avendo fatto il bonifico e prenotato voli e albergo per raggiungere Torino, dopo essere transitato in Turchia per visitare i parenti. La troupe era quasi preoccupata. Si vede che devono averlo dissuaso i parenti turchi. La scuola italiana degli ultimi tempi è una cosa troppo turca anche per un turco.


some pictures...


Quelques photos du tournage...


la Migliaci (Raffaella Gardon) & Angelo Sabot (Gabriele Ciavarra)













































mardi 12 juillet 2011

Zooschool, c'est parti !

Pour avoir des nouvelles quotidiennes sur le tournage du film Zooschool, n'hésitez pas à consulter le blog http://www.zooschoolthemovie.com/blog/

dimanche 19 juin 2011

bientôt le début du tournage...


Le 11 juillet nous commençons le tournage de ZOOSCHOOL à Turin en Italie.
réalisé par Andrea Tomaselli avec Gabriel Ciavarra, Renato Cravero, Francesco d'Amore, Raffaella Gardon, Luciana Maniaci, Manuela Massarenti, Raffaella Tomellini...

Entre critique sociale de l'école italienne et thriller gore...voici un avant-goût en images...











vendredi 20 mai 2011

ZOOSCHOOL - Trailer...

directed by Andrea Tomaselli
director of Photografy Daniele Fazio
with Gabriele Ciavarra and Raffaella Gardon


mardi 12 avril 2011

snapshots The Mill - city of dreams

snapshot film 1 :



snapshot film 2 :




snapshot film 3 :




snapshot film 4 :

jeudi 7 avril 2011

The Telegraph review : 4 stars

The Mill: City of Dreams, Drummonds Mill, Bradford, review

This beautifully presented promenade piece in a vast Victorian mill building asks, pertinently, where this country is going next. Rating: * * * *

We are inside Drummonds, a vast derelict Victorian mill building in the Manningham district of Bradford, all cracked paintwork, concrete floors, overhead piping, rough-repaired roof-windows and fading signs. A smarmy businessman with slicked-back hair is outlining fancy regeneration plans for the place when suddenly all the lights fail. Into view, shining a torch into our faces, shuffles the building’s ageing caretaker (played by Geoff Leesley). He invites us to head off with him into the closed-off areas beyond.

What follows, co-written and directed by Madani Younis and Omar Elerian and mixing professional actors with a community cast, seizes on the eerie atmosphere of this former yarn-processing powerhouse to deliver a succession of ghostly encounters. The huge downstairs weaving-room where workers once toiled at deafening looms – a bone-shaking blast of which we get as we move into the darkened space – has become a landscape of shadows and apparitions. A series of whirling vignettes conjure the migration paths of some of Drummonds’ post-war employees: one minute, we are in Nazi-occupied Ukraine, then destitute Fifties Italy, and then Pakistan of the Sixties.

As we move on, these sample immigrant communities yield three individual stories, and between them Gergo Danka’s Petro, Raffaella Gardon’s Maria and Gabeen Khan’s Yakub convey the vulnerability, aspiration and disappointment of new arrivals who must make do and mend in a town that can’t quite match their dreams.

Whether they’re answering the imperious questions of a frosty female boss in a room lined with packing cases or, in Maria’s case, participating in a haunting, almost balletic simulation of the “burning and mending process”, you get a keen sense of what it must be like to pitch up in northern England with few language skills to trade on and every need to fit in.

Although draped in an elegiac appreciation of days gone by, which sharpens as the story-threads wind towards the firm’s closure in 2002, and is beautifully presented throughout, this promenade show is far more than a nostalgic exercise. It asks, pertinently, where this country is going next. At salient points, the evening shuttles to the present, and we see the workers’ descendants, aimless and adrift in Asian snooker halls. For all its hardship, work at Drummonds offered a cross-cultural kinship.

mercredi 6 avril 2011

The Guardian, 4 stars !!!

The Mill: City of Dreams – review

Drummonds Mill, Bradford

Frank, Maria and Henrietta, Bradford 1956



lundi 4 avril 2011

Maria (Raffaella Gardon) and Henrietta (Kim Heron)
in Burling and Mending, Bradford 1956



quelques photos de scène par Tim Smith



Maria, Southern Italy, 1956

















photo by Tim Smith

dimanche 3 avril 2011

review : remotegoat.co.uk

"Beautifully Woven Mill Dream story"
by Jo Watson for remotegoat on 01/04/11

I have been looking forward to this play for weeks now. I get excited about all performances I have the pleasure of reviewing, but this one has an edge over the others for the simple reason that it is about a City close to home. Bradford.

We start the show in the company of Anton D, the head of 'Create International'. He shows us what he and his company plan on doing to the now closed down Drummonds Mill. They propose to turn it into modern flats, and surround it with restaurants, tennis courts and even a craft centre. His presentation however, is cut short when the lights go out mid speech. As he disappears to fix it, the caretaker enters the room. His name is Frank and he started work at the Mill when he was just 14. Now 65, he takes us on a journey through time to show us the highs and lows of this once great textile mill.
For the next hour and a half we literally walk around the mill with Frank as he introduces us to just some of the people whose life was changed when working there.

I cannot begin to describe how well this is written, acted out and generally put together.
The sights, smells and sounds of each room, together with the intimacy of the cast, in this huge and eerie abandoned Mill is a perfect combination.
Roma Patel had the set design down to a tee. It was brought together more so thanks to the help of some excellent and original use of sounds (brought to us by Janek Schaefer) and lighting that fit the mood and era superbly (of which Leeds based Lumen provided) Every time I entered a room I felt I had a strong connection with Frank, Asif, Petro, Henrietta and of course the wonderful Maria.

This main cast portrayed their character exquisitely. Each line hit with precision. Their fears and anxieties came across so well that I had constant Goosebumps. The acting was so good in fact, that towards the end of the performance I had a lump in my throat and a tear in my eye. Even Jennifer Lee's voice over the tannoy gripped me and had me hanging on to every single deep and soulful word she spoke.

It wasn't all sadness though. The writer and director, Omar Elerian, also managed to mix in a good dose of humour too. Emil Lager deserves some recognition as the slightly eccentric and over the top Anton. His comedic timing and interaction with the audience was spot on.

I really don't have one negative word to say about this play. Every single person involved, be it a member of the community cast or Luke Davison (Design Assistant) put their heart and soul into making this site specific production a one of a kind piece. And one that I would never tire of watching.

Presented by Freedom Studios, from March 26th - 16th April.
An absolute must go see.

Event Venues & Times
finishedDrummond Mill | Lumb Lane, Manningham, Bradford, BD8 7RP

mardi 29 mars 2011

The Guardian 28th March 2011

The last yarn of Bradford mill

Workers once came from all over the world to work in Lumb Lane. Now the defunct Bradford mill is being used to stage their stories


    Bradford - The Mill: City of Dreams

    Photograph: Tim Smith


    Lumb Lane was, for a long time, Bradford's most notorious address. Once the main kerb-crawling route through the city's red light district, the road was synonymous with race riots, sex workers and serial killers. It was here that Peter Sutcliffe, the Yorkshire Ripper, committed his first murders. But today Lumb Lane is a peaceful, if slightly down-at-heel strip of mosques, mini-cab firms and grocery stores run by eastern Europeans.

    Yet there are signs of life stirring in what was once the industrial heart of the area: the seven-acre James Drummond and Sons complex. Known locally as Lumb Lane mill, Drummonds opened in 1886 and soon became a yarn-producing powerhouse, providing employment for the entire region. The mill staggered on through the postwar period, mostly employing immigrants from Ireland, eastern Europe, Ukraine and Pakistan. But the gates finally closed in 2001, and they remained that way until a group of theatre-makers came along.

    The Mill: City of Dreams is the fruit of their labours, an ambitious promenade event that will lead audiences through Drummonds' dark, abandoned spaces, discovering intimate, dramatic reconstructions of the lives of former workers. The script, which has been boiled down from hundreds of hours of interviews with residents and ex-mill-workers, is the brainchild of writer and director Madani Younis, of Bradford's Freedom Studios company, with guidance from Jonathan Holmes, a specialist in whopping site-specific events. In 2007, Holmes staged his play Fallujah, about the siege of the Iraqi city, in an old London brewery; two years later, his play Katrina recreated the aftermath of the hurricane in a five-storey warehouse on the South Bank.

    The audience has an active part to play in The Mill: you enter via a smart sales suite, where a team of developers attempt to sell you a vision of the mill regenerated into luxury apartments. Yet instead of show flats, you find haunting vignettes of the mill's former life, played by a cast of professional actors augmented by a large chorus of local volunteers. Yet Drummonds is so vast that simply walking through the abandoned space is a drama in itself. Stripped of machinery, the weaving shed is a rust-stained expanse the size of a football pitch, its long corridors lined with offices and cubby holes. The architectural climax, though, is on the top floor: a barrel-shaped glasshouse lined with curving wooden struts. It's like standing in the ribcage of a giant whale. "This was the wool-sorting floor," says Younis. "It still stank of lanolin when we first came in." The workshop was freezing in winter and a furnace in summer, but sorting wool fibres had to be done in daylight.

    Younis became intrigued by the fate of Bradford's redundant mills when he first moved to the area and discovered that the majority were either abandoned or being used as social centres and snooker halls. "The genesis of the play came from the snooker halls," he says. "These are unpoliced, unlicensed premises where young Asian males meet up to smoke cannabis freely. It struck me how these people had colonised the semi-derelict spaces that had once represented their parents' and grandparents' dreams."

    We head across town to the Ukrainian social club, where a tea-dance for former mill-workers is in progress. The event has been arranged to reunite Drummonds employees, and thank those who were interviewed for the project. Latifa Bari recalls how she came to Bradford from Nairobi in the 1950s: "My father told me I was getting married and going to work in a place where the streets were covered in milk. He meant snow. When I arrived, I had nothing with me but a picture of the man I was to marry, and a bottle of aspirin, which I intended to take if I was unhappy. Fortunately, he was much more handsome than his photograph."

    Zene Mozil was evacuated to Bradford from Poland when her parents were taken by the Nazis. "I preferred it to Poland, though you couldn't get garlic," she says. "Now every shop on the street is a Polish delicatessen."

    While a student, Anne Selka used to work holiday shifts in the canteen without ever revealing to her co-workers that it was her grandfather, a Czech-born entrepreneur, who rescued Drummonds from bankruptcy in 1931. Though the mill never became particularly profitable under the Selkas, the family was respected by the workforce, as they resisted making redundancies until the business became impossible to sustain. Some workers have brought their redundancy notices. Selka tells them her father "wept blood over those letters. The day he realised he would have to start laying off the workforce was the darkest day of his life."

    By the time the Selkas sold off the mill, Manningham, the once-respectable area where it is located, was in decline. "There were prostitutes lined up outside the factory gates," recalls 84-year-old Nellie Jowett, who worked in the mill with her five sisters. Kerb-crawlers used to proposition them, too.

    For Holmes, the project felt close to home. "My family were originally shopkeepers from Manningham. A photograph of my great-uncle turned up in the archive. It made me realise that often the place you know least about is your own doorstep."

    He found entering the mill for the first time unsettling. "You're struck by the sheer size of this empty mausoleum to the industrial age. Yet when you look closer, there are signs of more recent abandonment. Notices pinned to the walls giving mobile numbers remind you that the place remained active into the 21st century."

    He mentions a handwritten sign found in the locker room after the last workers departed 10 years ago. "Due to unavoidable circumstances," it read, "the light at the end of the tunnel has been switched off."

jeudi 10 mars 2011

jeudi 3 mars 2011

Industrial museum of Bradford

quelques exemples de machines que l'on pouvait trouver dans les usines textiles












mardi 1 mars 2011

Embarquement pour un nouveau projet !

"The Mill - City of dreams"
directed by Madani Younis and Omar Elerian
written by Madani Younis, Omar Elerian and Jonathan Holmes

with Geoff Leesley, Gergo Danka, Raffaella Gardon, Jennifer Lee, Gabeen Khan, Emil Lager, Kim Heron
Composer: Janek Schaefer
Design:Roma Patel
Lighting:Lumen
Management: Freedom Studios in partnership with the imove programme, Yorkshire Legacy Trust programme
http://www.themill-cityofdreams.com/

mardi 11 janvier 2011

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