vendredi 23 janvier 2015

" Questo sono io " - il Pickwick 18/01/15

"Questo sono io"

Scritto da 

In questo dipinto la misericordia diventa appannaggio
umano, dovere della società civile, aiuto in chi versa
in condizioni disagevoli e di fatto è oppresso dalla
miseria, dall’indigenza, dalle malattie  ed è perseguitato
dalla sventura. Inoltre, in  ciascun personaggio,  c’è
quella  dignità che è  la condizione indispensabile
della persona umana.
                        
(Vincenzo Pacelli, Caravaggio)
(come lo racconto?)
Ci sono molti modi per raccontare Mettersi nei panni degli altri ma non ho chiaro quale sia adatto davvero. Attraverso il Centro di Prima Accoglienza: ne salgo e scendo le scale, mi siedo su un letto, ne passo i corridoi; ne sento il freddo quando giungo nella grande camerata, ne intuisco il silenzio quando visito una stanza più piccola, laterale, più scura; cerco e trovo con lo sguardo qualche segno che mi rimandi a chi lo abita adesso: un mazzo di carte, un cane di peluche nero e marrone, una valigia di tela; una cornice che contiene il volto della Madonna, una bottiglietta di plastica, la scritta “Solo Gesù ti aiuta” su una cassetta del pronto soccorso. E la pila di “lenzuola per sotto con gli angoli”, di “camicie estive ½ maniche” o di “camicie estive manica lunga” che vedo in stireria. Allora penso che un buon modo d’iniziare la recensione sia proprio rendere questo mio andare che poi è l’andare che Davide Iodice m’impone: devi camminare se vuoi incontrare qualcuno, se vuoi sentirne la storia, se vuoi vederlo mentre ti parla e ti dice di sé e – quindi – cammina in questo posto, cammina ed osserva e, quando sei giunto, fa silenzio ed ascolta, poi voltati e torna di nuovo a camminare.
Ma basta il moto visivo? Basta, per fare recensione, limitarsi agli uomini e alle donne di questo luogo, coi loro occhi imbolsiti, i sorrisi senza denti, le mani nodose? Oppure è più giusto mettere in pagina un discorso sugli ultimi, sugli emarginati, sugli sconfitti, producendo magari un campionario di chiacchiere su chi poteva farcela e non ce l’ha fatta, su chi avrebbe voluto, su chi stava per?
Ho paura della retorica. Così rifletto e penso che non mi basta il volto di Antonio, non mi basta l’incontro con Peppe, non mi bastano gli occhi di Maria. Non mi bastano perché Antonio, Peppe e Maria, sono parte di un discorso che riguarda la vita ma che si esprime attraverso il teatro. È quindi dal teatro che devo partire, se voglio scovare la vita in questo spettacolo.

(la coralità individuale)
C’è una nuova forma di coralità che appartiene da almeno vent’anni al teatro. Si tratta di una coralità individuale, formata cioè da racconti singoli messi in sequenza, da prospettive personali che s’intrecciano o si susseguono, che fa dell’estrazione una messa in comune e dell’isolamento il presupposto per un discorso collettivo. Rifiutato il dialogo, forma ipocrita dello stare assieme, questa coralità vive di monologhi, espone il privato e si affida a voci uniche, differenti, diverse. L’insieme di queste voci fa il coro mentre – un tempo – il coro uniformava le voci singole costringendole a dire all’unisono.
C’è questa nuova forma di coralità, da almeno vent’anni, in teatro. È una forma che riesce a tessere un discorso generale attraverso parole specifiche, che fa con le storie una Storia e che produce unità attraverso la dispersione, per cui abbiamo un attore in un luogo, un altro in uno spazio lontano, distante, posto più in alto o più in basso. Esaltazione apparente della soggettività all’interno di un contesto paritario, decentralizzazione spaziale, testualità disgiunta e che si compone in accumulo ne sono le conseguenze formali. Questa coralità individuale – riflesso teatrale della parcellizzazione sociale e politica contemporanea – riesce, quando funziona, a mettere assieme ciò che è accaduto separatamente, fonde senza annullare, espone senza ridurre: gli interpreti, pur ascoltati uno ad uno, diventano un corpo comune, un medesimo fatto, un’unità drammaturgica.
Antonio, Peppe, Maria e Ciro, Osvaldo, Luciano, Giovanni valgono per sé ma sono un tutt’uno; espongono lacerti della propria esistenza ma questi lacerti – senza perdere la loro caratterizzazione e senza annullarsi vicendevolmente – compongono una meta-narrazione più ampia, che riguarda loro, riguarda chi è in condizioni simili, che finisce per riguardare anche me, tutti i presenti, voi che leggete.
Dunque.
A me sembra che Mettersi nei panni degli altri sia fatto di questa coralità individuale; a me sembra che abbia come fonte primaria ciò che appartiene ad Antonio, Peppe o Maria; che rispetti questa soggettività iniziale consentendo ad Antonio, Peppe o Maria di raccontarsi, ma poi riesca a fare – di ciò che dicono Antonio, Peppe o Maria – un canto generale. Siamo in presenza, quindi, non di una moltitudine offerta nel suo complesso ma di una pluralizzazione di corpi singoli che diventa moltitudine e ascoltiamo una molteplicità di solitudini che smettono di essere solitudini nel momento stesso in cui vengono coordinate e concatenate tra loro in spettacolo.
“Buonasera, sono Maria. Questo gioco divinatorio mi è stato insegnato da una signora di Ercolano”.
“Io sono stato molte cose: sono stato un pescatore di coralli, ho fabbricato i fuochi d’artificio con mio padre e sono stato un ebanista. Poi sono stato marito e padre”.
“Mia moglie l’ho conosciuta a una festa di alcuni parenti: è là che l’ho vista”.
“Io conservo tutto quello che mi regalano, non consumo tutto subito”.
“Perché, degli anni belli, ogni ricordo è amaro?”.
Un matrimonio interrotto dalla morte; un figlio immobile in un letto; gli oggetti conservati in una scatola; la lettura delle carte per inventarsi il destino; l’orto materno, nel quale non si correrà più. Un portagioie decorato di conchiglie, scarpe da ginnastica, caramelle. “Le cose che dovevo fare, quando le dovevo fare”. “Quel bimbo ero io, lo devo ricordare”. “Ho cercato di nuovo l’amore ma non l’ho trovato, non lo troverò più”.
Frammenti che appartengono a un solo volto, che vengono da una sola cassa toracica e che sembrano sostare separati, ognuno d’essi confinato all’interno di una stanza, ma che sono messi in contatto dalla regia, come perle una ad una con un filo: agli spettatori seguire il filo. Frammenti che, per quanto stanziali, finiscono per viaggiare col viaggiare del pubblico, frammenti che mi restano addosso quando varco l’uscita di una camera e che porto con me nella camera successiva. Frammenti individuali che fanno così coro riuscendo a unire chi parla, me che ascolto, gli altri che mi sono accanto.
Frammenti di vita di Antonio, di Peppe o di Maria che smettono – in questa maniera – di essere solo di Antonio, di Peppe o di Maria: diventando teatro.  

(la teatralizzazione del reale)
Il secondo aspetto che mi colpisce di Mettersi nei panni degli altri è la teatralizzazione del reale. Iodice non si limita a posizionare uomini e donne perché espongano, in maniera ordinata e diretta, le loro storie ma, queste storie, le mette in scena, le metaforizza o le coniuga artisticamente, accompagnandole con una figurazione ulteriore. Attori − in maschere neutre ma perfettamente aderenti − appaiono, avanzano, prendono parte al racconto dandogli corpo, movenze, sostanza. Penetrano la vicenda – questi attori – (con)fondendosi con chi l’ha vissuta e, in questo contatto fisico, credo ci sia il senso dell’intero lavoro: la vita (coloro che abitano il Centro) alimenta il teatro (gli attori); vita e attori si sfiorano, si toccano, coabitano e si danno manforte per il breve tempo dell’esposizione; infine – come è giusto che sia – il teatro termina (gli attori cioè spariscono) e non rimane che la vita, da sola, intenta a contemplare la fine del suo raccontarsi.
Abbiamo quindi, per ogni narrazione dello spettacolo, lo stesso principio dinamico e realizzativo: persona/vita vera, principio della narrazione; apparizione degli attori, inizio del teatro; persona e attore assieme/esposizione della vita e sua traduzione in forma teatrale; sparizione degli attori, termine del teatro; persona da sola/storia vera che resta, sfumata la messinscena.
Questo principio mi aiuta anche a dire cos’è complessivamente Mettersi nei panni degli altri: è teatro che prende inizio dalla vita, è vita che porta al teatro, è vita che necessita del teatro per farsi conoscere, è teatro che si nutre della vita per farsi teatro, è insieme di vita e teatro, è forma del teatro data al ricordo della vita, è maschera in aggiunta ad un volto, è volto che per farsi vedere necessita di una maschera, è verità che produce menzogna ed è menzogna fatta di verità.
L’anziano (vita) che abbraccia se stesso bambino, sotto forma di burattino di legno (teatro); la danza (teatro) di un padre e di un figlio, in un cambio di ruoli tra chi aiuta e chi viene aiutato (vita); le carte che diventano giacche (teatro), le giacche che sono destini e persone (vita); una scarpetta rossa (teatro), per simboleggiare l’incontro con una figlia (vita); l'ombra di un'attrice (teatro) sulla proiezione di un filmino matrimoniale (vita); una pedana di legno (teatro) che si fa nave (vita); una ragazza (vita) che diventa farfalla, una farfalla che diventa speranza, una speranza che prende il volo e scompare (teatro).
Così, il teatro e la vita, in Mettersi nei panni degli altri.  

(Caravaggio)
In una data che non conosciamo, nonostante i documenti di antica e recente acquisizione, i deputati del Monte della Misericordia di Napoli si rivolgono a Caravaggio perché dipinga un quadro per l’altare maggiore della loro chiesa. Un artista di fama e prestigio, in grado di dare lustro all’istituzione. I committenti sono tutti giovani, tra i venti e i trent’anni, e nobili. Questi stessi giovani nobili sarebbero dovuti essere tra le figure del quadro: le loro iniziative benefiche (tra cui il Vestire gli ignudi che fa da sottotilo allo spettacolo) sarebbero state così testimoniate iconograficamente ne Le Sette Opere di Misericordia. Il saldo della committenza è del gennaio 1607. Quattrocento ducati. Caravaggio pesa i denari, accetta l’incarico, lo riforma a suo modo.
C’è un aspetto che mi colpisce de Le Sette Opere di Misericordia: nessuna delle figure osserva in alto. Volano gli angeli, vola la Madonna tenendo il Bambino, eppure lo sguardo di uomini e donne è orizzontale, paritario, medio-basso. È la terra, e non il cielo, il luogo di questa misericordia; la terra sono le strade, le piazze, i vicoli di Napoli. Caravaggio rinuncia ai volti dei nobili e, pur usufruendo di fonti storiche antiche e inscenando figure ultramondane, trascina sul palco (ovvero sulla tela) uomini e donne d’origini modeste, urbane. Una popolana che allatta il vecchio alla grata della prigione, il gentiluomo che spartisce il mantello col mendicante nudo, l’uomo che illumina un cadavere, l’oste e l’albergatore che danno da bere all’assetato, gli angeli-lazzari, “ripresi” – come dice Roberto Longhi – “dalla verità di Forcella o di Pizzofalcone”. Pezzenti, miseri, colpevoli di cui Caravaggio sente il bisogno per la rappresentazione. Vita vera, vita che il pittore incrocia a passeggio, vita che freme e ha mal odore e barba sfatta o forme abbondanti e in cui s’imbatte mentre cammina: da casa alla locanda o, dalla locanda, tornando verso casa.
Mettersi nei panni degli altri – leggo dal comunicato – “è un percorso di ricerca e creazione ispirato a Le Sette Opere di Misericordia di Caravaggio”. Ma in cosa consiste questa ispirazione? A me sembra che sia un errore cercare – in ciò che osservo – un rifacimento, anche solo parziale, della tela. Non ci sono tableux vivant, non c’è ripresentazione di scene che appartengono al quadro, non c’è una volontà di togliere dalla parete il capolavoro per farlo apparire in forma teatrale al Centro di Prima Accoglienza.
Più profonda è l’ispirazione di Davide Iodice e riguarda il bisogno della vita (nella sua dimensione più misera, dimenticata o rimossa, nascosta) per fare teatro, così come Caravaggio sente il bisogno della vita per comporre il dipinto. Mettersi nei panni degli altri ha come riferimento Le Sette Opere di Misericordia non per ciò che il quadro espone, per ciò cui allude o per la committenza da cui deriva, ma per questo bisogno irrefrenabile, necessario e insostituibile di Caravaggio a rifarsi ai ragazzi che corrono in strada, agli anziani che tossiscono in un angolo, alle donne che portano le ceste al mercato, ai mendicanti che distendono la loro mano nella folla senza ricevere nulla. Di questa verità sente il bisogno la pittura di Caravaggio, di questa verità sembra sentire il bisogno il teatro di Davide Iodice.
Perciò gli abiti dimessi e confusi sul pavimento, la macchinina di metallo e il carillon adagiati sul letto, una lavatrice e il suo rumore, le foglie di carta marrone, il violoncello, le ombre formate sui muri, il soffio sulle candele, i versi poetici, il suono dell’acqua di un pozzo battesimale, lo specchio che vedo in Mettersi nei panni degli altri hanno la stessa funzione che – ne Le Sette Opere di Misericordia – hanno le ali degli angeli, la fiaccola ai piedi del morto, la veste bronzea e bianca della donna, la lunga barba del vecchio, il vello, il getto d’acqua, la mascella d’asino: sono la forma con cui si rende ciò che è vero, sono ciò che ne deriva e che pure è necessario perché – ciò che è vero – resti negli occhi di chi guarda.
È caravaggesco Mettersi nei panni degli altri non perché ha la stessa prospettiva dinamica, la stessa verticalità, la stessa aggregazione dei corpi o la stessa penombra lucente: è caravaggesco perché afferma, dichiara ed espone il legame – indissolubile, per Iodice – tra ciò che esiste e ciò che sembra, tra ciò che appare e ciò che è.
“Questo sono io” dice un abitante del Centro di Prima Accoglienza, mentre la finestra si spalanca e due ventagli iniziano un battito d’ali a mezz’aria. Da lontano, il regista osserva, stando alle spalle del pubblico.






Mettersi nei panni degli altri. Vestire gli ignudi
drammaturgia e regia Davide Iodice
con Antonio Buono, Davide Compagnone, Luciano D'Aniello, Maria Di Dato, Giuseppe Del Giudice, Pier Giuseppe Di Tanno, Raffaella Gardon, Ciro Leva, Bruno Limone, Osvaldo Mazzeca, Vincenza Pastore, Giovanna Racic, Peppe Scognamiglio, Giovanni Villani
collaboratore generale Luigi Del Parto
spazio scenico, maschere e costumi Tiziano Fario
produzione Teatro Stabile di Napoli, Interno 5, Fondazione Campania dei Festival-Napoli Teatro Festival Italia
collaborazione Centro Prima Accoglienza (ex Dormitorio Pubblico), Scarp De Tenis, Binario della Solidarietà
lingua italiano, dialetto napoletano
durata 1h 30'
Napoli, Centro Prima Accoglienza – Ex Dormitorio Pubblico, 16 gennaio 2015
in scena dal 16 al 18 gennaio 2015

vendredi 2 janvier 2015

METTERSI NEI PANNI DEGLI ALTRI / vestire gli ignudi - Ripresa - Teatro Stabile Napoli - gennaio 2015


METTERSI NEI PANNI DEGLI ALTRI

Vestire gli ignudi


scrittura scenica collettiva realizzata insieme agli ospiti del Dormitorio Pubblico di Napoli
primo movimento del progetto 
Che senso ha se solo tu ti salvi
un percorso di ricerca e creazione ispirato a Le Sette opere di Misericordia di Caravaggio

drammaturgia e regia Davide Iodice
con Antonio Buono, Davide Compagnone, Luciano D’Aniello, Maria Di Dato, Giuseppe Del Giudice, Pier Giuseppe Di Tanno, Raffaella Gardon, Ciro Leva Osvaldo MazzecaVincenza Pastore, Peppe ScognamiglioGiovanni Villani
collaboratore generale Luigi Del Parto
spazio scenico, maschere e costumi Tiziano Fario
produzione Teatro Stabile di Napoli, Interno 5, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
collaborazione Centro Prima Accoglienza (ex Dormitorio Pubblico), Scarp De Tenis, Binario della Solidarietà – Napoli


Centro Prima Accoglienza (ex Dormitorio Pubblico) 16, 17 e 18 gennaio 2015
ore16.00 e ore 18.00


Che senso ha se solo tu ti salvi è parte di una trilogia che Davide Iodice dedica alla crisi della società contemporanea: nei due lavori precedenti, La fabbrica dei sogni e Un giorno tutto questo sarà tuo, aveva affrontato rispettivamente il tema del sogno con gli ospiti del Dormitorio Pubblico di Napoli, e quello dell’eredità generazionale mettendo genitori e figli in scena.
Con questo nuovo lavoro il regista si è posto come materia di indagine il concetto di compassione, nel senso etimologico di empatia, di relazione vitale. Il suo soggetto di ispirazione sono le Sette opere di Misericordia di Caravaggio. Anche qui la ricerca unisce indagine antropologica e espressiva, attraverso un processo di laboratori e di residenze creative con attori e non attori accomunati dalla ricerca di un linguaggio condiviso e di una stessa intenzione di senso. “Caravaggio costituisce un riferimento formale e metodologico costante nel mio lavoro”, spiega il regista in una sua nota, “quasi un correlativo oggettivo, che qui ho inteso esplicitare assumendo una delle sue opere più identitarie per la nostra città.
Da qui sono partito per una ricerca espressiva che continui quella riflessione sulla crisi della società contemporanea avviata nel 2010 con La fabbrica dei sogni e proseguita con Un giorno tutto questo sarà tuo. La perdita dell’identità, la ricostruzione dei sentimenti, la paura della alteritá, la disintegrazione di un sentire collettivo e, al suo opposto, la necessità di essere riconosciuti e accolti, sono alcuni dei temi diversamente declinati nei gruppi di lavoro dall’O.P.G. alla comunità migrante, fino agli ospiti del Dormitorio pubblico. Qui ritorno con un debito di riconoscenza e con la certezza che l’uomo può essere uomo ovunque”.

Je V(o)eux 2015


lundi 1 décembre 2014

'Mon baiser de cinéma' primé au Torino Film Festival !

SPAZIO TORINO – CORTOMETRAGGI REALIZZATI DA REGISTI NATI O RESIDENTI IN PIEMONTE

Premio Achille Valdata per il Miglior cortometraggio
in collaborazione con La Stampa – Torino Sette a:

Mon baiser de cinéma
di Guillaume Lafond e Gianluca Matarrese (Francia, 2014)

Con la seguente motivazione:
perché è un omaggio ai film senza età attraverso uno sguardo innocente e sentimentale.

Cast and Credits

regia, sceneggiatura/directors, screenplay
Guillaume Lafond, Gianluca Matarrese
 

fotografia/cinematography
Kevin Brunet
 

montaggio/film editing
Olivier Batailler 





musique originale (générique) 
Alexandre Gardon

interpreti e personaggi/cast and characters
Angelo Cont (Angelo), Raffaella Gardon (Raffaella), Constance Rabaud (Constance), Nicolas Kuszla (Nicolas), Otaro Ishida (Otaro), Mina Lécuyer (Mina), Alice Tardy (Alice), Pénélope Darchin (Penelope), Clara Chelzen (Clara), Ibtissem Methenni (Ibtissem), Martine Martin (Martine), Rose (Rose Dovroux)
 

produzione/production
Onirim

 
contatti/contacts
Gianluca Matarrese, Guillaume Lafond 
filmflaubert@gmail.com

mercredi 12 novembre 2014

32° Torino Film Festival - sélection

'Mon baiser de cinéma' selezionato al 32° Torino Film Festival
Proiezione il 23 novembre alle 21.45 al Cinema Reposi - sala 1 



regia, sceneggiatura/directors, screenplay
Guillaume Lafond, Gianluca Matarrese
 

fotografia/cinematography
Kevin Brunet
 

montaggio/film editing
Olivier Batailler
 

interpreti e personaggi/cast and characters
Angelo Cont (Angelo), Raffaella Gardon (Raffaella), Constance Rabaud (Constance), Nicolas Kuszla (Nicolas), Otaro Ishida (Otaro), Mina Lécuyer (Mina), Alice Tardy (Alice), Pénélope Darchin (Penelope), Clara Chelzen (Clara), Ibtissem Methenni (Ibtissem), Martine Martin (Martine), Rose (Rose Dovroux)
 

produzione/production
Onirim



http://www.torinofilmfest.org/film/19205/mon-baiser-de-cinema.html

mardi 28 octobre 2014

Atelier-Laboratoire Clown et Philosophie - Labo Laps

Atelier Clown et philosophie : 
appel à participation

Cet atelier pratique proposé par Violaine Chavanne (LAPS), assistée de Raffaella Gardon (LAPS) sera axé essentiellement sur le jeu clownesque. Conçu comme un laboratoire, il proposera d’expérimenter la parenté entre les deux pratiques que sont le clown et la philosophie.
Violaine ChavanneRaffaella Gardon

Argument de l’atelier, par Violaine Chavanne

« Je ressens le travail du clown, du clown théâtral, comme éminemment philosophique. Est-ce mon clown qui l’est (puisque je pratique moi-même cette forme théâtrale) ? Le clown porte en effet au devant de lui l’identité personnelle en en faisant un type. Or, mon identité est forcément empreinte du travail de la philosophie. Il y a sans doute une raison toute personnelle à ce sentiment.
Mais il me semble que le travail du clown est, par lui-même et de façon générale, philosophique. Plus que psychologique d’ailleurs. Certes, dans la pratique du clown chacun peut faire le constat qu’il travaille avec ses idiosyncrasies, ses propres failles. Le clown offre la possibilité d’en faire une matière de jeu là où nous vivons ces traits de caractère dans la vie sociale plutôt comme des récurrences encombrantes, voire handicapantes.
Mais ce terreau psychologique s’il est bien une matière privilégiée du clown ne me semble pas rendre compte de la portée de cette forme, de sa vérité. Car l’identité personnelle de tel ou tel clown passe à la moulinette, si l’on peut dire, du nez rouge, c’est-à-dire du masque. Le nez rouge (qu’il soit gardé en tant que tel dans l’allure finale du clown ou qu’il se déplace dans un élément caractéristique du costume, du maquillage, de la démarche) est le masque élémentaire, ce qui singularise et universalise à la fois les traits de caractère de tel ou tel. Le clown est donc philosophique à la façon dont Aristote écrivait que la poésie l’était, dans la mesure où le particulier accède à la généralité, non par la logique d’une fiction ici, mais par le nez rouge.
Comme matrice philosophique, il est une machine à faire de rien ou de presque rien (nos traits psychologiques ne sont finalement en eux-mêmes pas grand chose) une vérité générale, une possibilité générale de l’existence, fût-elle insignifiante. Cette matrice philosophique a donc une portée particulièrement métaphysique. Son jeu questionne ce qui peut être chargé d’existence sur scène. Quelles paroles, quelles gestes, quel espace, quel signe émotionnel peuvent être par lui gratifiés d’une existence tout aussi éphémère que réelle ? On pourrait dire « tout » dans la mesure où chaque parcelle de ce tout se présente comme « rien », ou comme presque rien car, par son jeu, le « rien » devient quelque chose.
Matrice philosophique mais également gratification métaphysique donc.
Or cette performance métaphysique, par laquelle le menu, l’élémentaire parviennent à être quelque chose de tout à fait suffisant, un monde qui tient en lui-même, cette performance a également une signification politique. Car elle inverse les rapports du jeu économique et social. Le clown fait jeu et spectacle de ses échecs, de ce qui le rend pour la vie sociale tout à fait improductif. En prenant le public à témoin, il donne de nouveaux galons à ces ratages, par le rire qu’il sollicite. Et ce faisant, il participe à créer une nouvelle communauté autour de ce retournement du système des valorisations sociales. Voilà pourquoi il est subversif : il fait de ses faiblesses une force. Les meilleurs clowns sans doute savent renverser leur position de fausse victime en fauteur de trouble du système.
Le clown est ainsi une forme philosophique en vertu de ses actes, lesquels se déclinent dans ces trois champs de la philosophie : théorétique, métaphysique et politique. En amont de ceux-là, il y a plus profondément encore l’étonnement. Celui-ci scelle l’affinité entre les deux pratiques. Le clown s’étonne de ce que nous ne voyons plus ; réceptif au moindre détail, il en fait un événement. La philosophie de son côté commence avec l’étonnement et fait de n’importe quelle évidence un problème, lequel risque bien de rester insoluble.
Par ailleurs une certaine philosophie (de Démocrite pour l’antiquité à Avital Ronell aujourd’hui, en passant notamment par Nietzsche) choisit de rire des problèmes de l’existence humaine. La distance et la clairvoyance ainsi conquises ont quelque chose de la dérision clownesque.
En vertu de cette parenté profonde entre les deux pratiques que sont le clown et la philosophie, j’aimerais expérimenter la manière dont elles peuvent se nourrir. Non pas d’une façon théorique mais d’une façon pratique, depuis le jeu clownesque. Puisque celui-ci produit par lui-même des gestes philosophiques, il s’agit de s’installer dans la pratique du clown et d’accorder, en plus, à la philosophie le statut d’un matériau de départ pour des improvisations. Mais un matériau élémentaire, fragmenté, dont il importe qu’il soit même quasi insignifiant. On peut par exemple partir de bribes relatives aux idiosyncrasies philosophiques de chacun des participants (qu’ils soient philosophes ou qu’ils aient un rapport plus lâche avec la philosophie), ou bien d’un mot au contenu philosophique fantasmé, d’une assertion sortie de son contexte, d’un geste qui serait spontanément et sans aucune logique associée à une idée, d’une obsession philosophique, etc. Il s’agirait de jouer avec ces endroits où la parole se grippe, là où au contraire elle peut prendre des envolées au détour de chemins très buissonniers, là où le corps lui-même prend le relais. Il ne s’agit aucunement de présager a priori des types de liens ou des points d’achoppement qui peuvent avoir lieu entre les modes d’existence du clown et les pensées qui prendront forme, ce qui serait contraire au travail d’improvisation lui-même dont le bonheur réside précisément en ce qu’il nous emmène sur des chemins que nous ne connaissons pas. Je voudrais à partir d’exercices divers, progressifs, individuels et collectifs, laisser agir ce qui fait la base du travail du clown : le corps, l’imaginaire, les états d’âme que toute chose suscite en lui.
Il s’agit, dans un esprit libre de recherche (ne se souciant pas d’un résultat arrêté) et d’amusement, d’éprouver ensemble la productivité philosophique du clown tout autant que l’improductivité de la philosophie ou bien le mutisme philosophique du clown et l’essence clownesque de la réflexion philosophique : qui sait dans quel sens les rencontres pourront se faire ? »

Modalités :

Cet atelier est ouvert à tous ceux qui souhaitent se confronter à cette forme de jeu, qu’ils aient déjà la pratique du clown ou non, qu’ils soient philosophes ou ne le soient pas.
4 séances sont prévues sur une période de trois mois au cours du premier semestre 2015 : deux d’abord espacées puis deux consécutives (par exemple sur un week-end). Les dates seront à déterminer en fonction de la disponibilité des membres du groupe.
L’atelier se déroulera à Paris ou en proche banlieue. Précision du lieu à venir.

http://labo-laps.com/atelier-clown-et-philosophie-appel-a-participation/